Gente non comune

5genteAgostino Amantia, Mario Svaluto Moreolo (a cura di), Lettere bellunesi. Un confronto epistolare su politica e amministrazione locale, Isbrec 2004, pp. 255, esaurito

Nascono dalla caparbietà di un cittadino “sensato” e assumono il sapore di una provocazione politica queste Lettere bellunesi che il gruppo “Belluno 2000: pensare politicamente” ha raccolto in collaborazione con l’Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell’Età Contemporanea per farne oggetto di riflessione. Il gruppo, che si è costituito qualche anno fa, persegue l’obiettivo di recuperare la politica come utopia, puntando a promuovere alcuni valori fondanti del vivere associato e a operare nella e per la polis,prima che il disinteresse e il distacco dei cittadini (soprattutto dei giovani) diventino un fatto patologico. Originatesi da una missiva ad personam, le lettere hanno messo in moto una massa di opinioni, riflessioni, analisi e critiche, che interpellano la coscienza di tutti: politici e amministratori, laici e chierici, titolati e comuni cittadini. Un epistolario, dunque, che non è un vuoto esercizio di retorica, ma l’esercizio di un diritto primario che rivendica il primato della parola diretta e lo spazio usurpato dal sondaggio.

 


 

 

4genteAgostino Amantia, Mario Svaluto Moreolo (a cura di), Renato De Zordo e la resistenza a Perarolo. Memorie documenti testimonianze, Ibrec 2004, pp. 271, esaurito

Renato De Zordo, fu Giuseppe, nacque a Perarolo di Cadere il 18 maggio 1922. Frequentò la Scuola Magistrale “G. Renier” di Belluno ottenendo il diploma di maestro elementare. Assolse l’obbligo militare a Padova, dove frequentò il corso Allievi Ufficiali uscendone sottotenente dell’Aeronautica. Nel 1942 fu inviato a Venaria Reale (Torino) come istruttore degli allievi sergenti. Là lo colse l’8 settembre 1943 ed egli, come tanti altri ufficiali e soldati, ritornò a casa, a Perarolo di Cadere, dandosi alla clandestinità con in cuore il sogno risorgimentale della Patria invasa dallo straniero. Tra il 1943 e il 1945 fece parte della Brigata Cadorina “Calvi” svolgendo con altri compagni la sua attività di Patriota con impegno pronto e generoso. Il 16 febbraio 1945 venne catturato dalle SS e tradotto a Belluno insieme ad altri compagni di lotta, due dei quali furono impiccati in Piazza dei Martiri e uno al “Bosco delle Castagne”. Sottoposto ad atroci torture, ancora al secondo interrogatorio preferì morire anziché rivelare nomi e situazioni. La silloge di documenti che sono pubblicati in questo volume ha natura, forme ed esiti diversi: ci sono pagine di memorialistica quasi narrative, e con spunti quasi poetici, testimonianze di prima mano, brevi cenni di approfondimento e di chiarimento e cronistorie degli accadimenti. Questa varietà di testi ha il suo centro e cuore vivo nel Diario inedito e nelle Lettere di Renato De Zordo, il giovanissimo commissario partigiano esemplare per precoce maturità di carattere e forza d’animo, eppure così umanamente indifeso davanti ai sentimenti personalissimi della ricerca spirituale e affettiva. Sono testi preziosi, e non solo nel senso che contengono pensieri e sentimenti di un uomo che sentiamo radicato nella nostra storia e nella nostra antropologia, con un istinto di partecipazione profondamente locale, ma anche nel senso storiografico e scientifico, in quanto possono contribuire a far scoprire come e perché un uomo decide di dire basta al Male e di contribuire ad attuare il Bene, malgrado tutte le contraddizioni, le debolezze o gli errori possibili.

 


 

3gentePaola Salomon (a cura di), Ester e Letizia. Memorie di donne bellunesi, Isbrec 2003, pp. 241, esaurito

In questo volume vengono proposte le biografie di due donne bellunesi, due “ragazze in bicicletta”, come vengono chiamate affettuosamente le staffette partigiane, le cui storie personali (dalla famiglia d’origine, agli studi, al lavoro, alle relazioni amicali e affettive) sono rappresentative di un contesto sociale e di un periodo storico più ampio e complesso: quello che va dal ventennio della dittatura fascista alla guerra, dalla lotta di resistenza alla liberazione, fino ai lunghi e a volte deludenti anni del dopoguerra. In questo contesto vengono proposte anche le speranze, l’impegno coerente e la tenacia di due giovani donne, che rendono testimonianza delle loro vicende personali con disincanto e a volte con sofferenza, ma sempre con grande vivacità intellettuale. La narrazione è corredata da numerose fotografie, che danno vita a una sorta di racconto parallelo.

Ester Riposi (Irina) nasce a Villa di Villa di Mel, il 19 ottobre 1921. Frequenta la scuola elementare a Trichiana, paese natale della madre. Dal 1937 al 1943 lavora a Roma come bambinaia. Coordinatrice del gruppo di staffette del Comando Militare Zona Piave nell’inverno ’44 -’45, a guerra finita affronta da privatista gli studi superiori. Dopo un’esperienza di lavoro in Svizzera, nell’estate del 1949 ritorna a Roma. Impiegata nella direzione del PSLI e nella redazione amministrativa del quotidiano “La Giustizia”, negli anni ’60 entra alla Camera dei Deputati dapprima come stenografa gettonista e poi come aiuto bibliotecaria di ruolo. Lascia la capitale nel 1989 per ritornare a Belluno.

Letizia Nicoletti nasce a Imer (Trento) il 18 maggio 1912. Orfana di madre, cresce con il padre, sodale di Cesare Battisti, quattro sorelle e la fedele governante. Studia nei collegi di Rovereto e di Trento; nel 1935 si laurea alla Cattolica di Milano. Giovanissima, insegna nella scuola elementare di Imer; poi negli istituti tecnici superiori di Sacile e di Vipiteno; dal 1938 al 1976 insegna a Belluno. Staffetta partigiana nel movimento di Liberazione, tiene in particolare i collegamenti fra il Comando Zona di Belluno, il Feltrino e il Primiero. È stata Presidente della sezione bellunese di Italia nostra e dal 1994 ne è Presidente onorario.

 


 

2genteGiovanni Melanco, Annarosa non muore, Isbrec 2002, pp. 191, esaurito

Il libro racconta, con semplicità e senza alcuna pretesa letteraria, la nascita e lo sviluppo del movimento di liberazione nelle montagne che separano la provincia di Belluno da quella di Treviso. Protagonisti sono Alfredo e Annarosa. L’otto settembre del 1943 Alfredo ha 19 anni, Annarosa 17. La guerra di liberazione li unisce, diventano amici, si capiscono e si aiutano con grande senso di ammirazione e di fiducia l’uno per l’altra. Entrambi sono dei “puri”, com’è “puro” Orso, altro protagonista del libro, Severino Bianchet di Valmorel, comandante della Brigata Fulmine. Come scrive Mario Isnenghi nella prefazione, «la Resistenza non è e non viene qui raffigurata come “un pranzo di gala”. La sua memoria e rappresentazione non sono edulcorate. Niente “storia sacra” e niente “vulgata antifascista”, come hanno voluto svilirla i detrattori. […] Non solo nel sottotitolo, ma nella visione che ne trasmette il protagonista, si tratta certo di una guerra di liberazione nazionale, resa nazionalpopolare dalla composizione interclassista dei reparti».

L’autore
Giovanni Melanco (Alfredo) nasce a Valmorel, frazione del comune di Limana, il 9 gennaio 1925. Frequenta le scuole elementari a Valmorel e a Conegliano, quindi prosegue gli studi di geometra presso il collegio vescovile “Dante Alighieri” di Vittorio Veneto. Nel giugno 1943 lascia temporaneamente gli studi e aderisce al movimento partigiano. Nell’agosto del 1944 diventa commissario del Battaglione Fulmine, sotto il comando della Brigata Mazzini e della Divisione Nannetti. Dopo la guerra consegue il diploma di geometra, studiando come privatista, quindi s’impegna come sindacalista nella C.G.I.L. Nel 1952 apre uno studio di geometra libero professionista, affiancando a questa attività quella di consigliere comunale a Limana nelle file del P.C.I. Muore a Belluno il 25 febbraio 1991.


 

1genteUn bellunese in Somalia. Lettere di Edoardo Costantini alla famiglia (1934-36), Isbrec 2001, pp. 311, esaurito

Edoardo Costantini nacque a Ponte nelle Alpi nel 1903. Il padre Giovanni era agricoltore e gestore dell’osteria con posta dei cavalli situata in Via Fiori a Polpet. Dopo gli studi tecnici compiuti a Belluno, nel 1924 progettò di emigrare a New York, ma il progetto non fu realizzato. Tra il 1925 e il 1930, dopo un brevissimo periodo di impiego alla FIAT, lavorò alle dipendenze dell’Industria Idroelettrica veneta, impegnata nella costruzione della diga di Soverzene. Nell’agosto del 1934 partì per la Somalia come aiuto assistente topografo alle dipendenze degli ingegneri Guido Dall’Armi e Domenico Tomatis di Montebelluna, incaricati di eseguire gli studi e i rilevamenti per la compilazione del progetto di sistemazione del fiume Uebi-Scebeli. Al ritorno in patria nel 1936, chiusa l’osteria gestita dai genitori e dalla sorella, si dedicò all’agricoltura occupandosi delle proprietà di famiglia. Morì nel 1987 a Ponte nelle Alpi.

In questo volume vengono proposti i testi della corrispondenza intercorsa tra Edoardo e la famiglia nel periodo compreso tra il mese di settembre 1934 e agosto 1936. Frutto dell’esperienza di lavoro in Somalia, le lettere ci restituiscono un’immagine dell’Africa coloniale vista con gli occhi di un uomo attento e curioso, ma allo stesso tempo legatissimo alla propria terra. L’interesse del carteggio consiste proprio nel gioco dei rimandi tra due realtà sociali lontanissime tra di loro: quella della campagna bellunese degli anni ’30 e quella africana raccontata da Edoardo ai suoi familiari.

L’epistolario è introdotto da un saggio di Giovanni Dore, che colloca il percorso di Edoardo e il significato del suo epistolario nel contesto della presenza italiana in Somalia, e da due studi di Giovanni Larese e Paola Salomon, che presentano rispettivamente un profilo della famiglia Costantini e alcuni percorsi migratori dei pontalpini in terra africana nel corso degli anni ’30.