Fonti e studi per la storia della montagna veneta

montagna4Francesco Piero Franchi, La penna, la spada, le bandiere. Antologia ragionata della letteratura risorgimentale di Belluno, Feltre e Cadore, Isbrec 2011, pp. 407, € 15,00

Un’antologia innovativa, sul Risorgimento come ragione e costanza, così come appare nelle pagine autentiche di patrioti e intellettuali bellunesi, feltrini e cadorini: tutti protagonisti o partecipi degli avvenimenti di cui parlano ma, soprattutto, tutti appassionati e decisi. Un grande patrimonio intellettuale e morale affidato agli eredi di quegli abitanti della montagna veneta che difesero le proprie vallate e scesero alle pianure per sostenere la rinata Repubblica di Venezia nel 1848, o si arruolarono tra i volontari garibaldini dei Cacciatori delle Alpi nel 1859, tra i Mille nel 1861 e nell’esercito del nuovo Regno d’Italia, o nelle Bande Armate del 1866; aristocratici e artigiani, popolani e sacerdoti, tutti guidati da una fortissima volontà di liberazione della loro piccola patria dal dominio straniero, e da un impulso all’unificazione degli Italiani in una più grande Patria, con lo stesso coraggio e con progetti diversi, di Repubblica e Monarchia, unitari e federalisti, laici e credenti, conservatori e rivoluzionari. Un nuovo libro di lettura, i cui testi originali sono inquadrati da un ampio commento storico e letterario, e che ha lo scopo di mettere in luce la sorprendente ricchezza intellettuale prodotta in quest’angolo periferico d’Italia, nelle sue forme poetiche e prosastiche, e nell’originalità dei suoi ragionamenti e delle sue contrastanti passioni. Un libro di lettura guidata, per conoscere l’ampiezza e la profondità dei moti risorgimentali nella valle del Piave, dai precursori dell’età napoleonica fino ai padri di coloro che poi combatterono le guerre d’Italia e tornarono sulle stesse montagne, contro nemici peggiori e per rinnovati valori, forti delle proprie antiche e comuni radici. Un luminoso dono di questi antichi Italiani, Bellunesi Feltrini e Cadorini, ai loro discendenti, che talvolta sembrano distratti o in-consapevoli dell’eredità morale e intellettuale che hanno in casa propria e che ancora li può aiutare a scegliere migliori sentieri.

L’autore
Francesco Piero Franchi, nato a Castion di Belluno nel 1943 da una famiglia di costante tradizione risorgimentale, ha studiato a Belluno, Roma, Napoli, Padova dove si è laureato; docente emerito di Lettere Classiche nei Licei di Stato, ha insegnato a Feltre, a Belluno e lungamente a Bologna, presso la cui Università ha conseguito il Dottorato in Italianistica, e vinto i concorsi per i Dottorati in Storia Antica e Pedagogia; per questa area di interessi, ha pubblicato un saggio sulla didattica delle lingue classiche. Socio di diverse associazioni culturali, ha lavorato nel campo della storiografia e della letteratura veneta, soprattutto secentesca, e con particolare attenzione all’incontro-scontro tra la Repubblica di Venezia e il mondo dell’Islam. Ha prodotto numerose pubblicazioni di storia e critica letteraria, con particolare attenzione alla produzione locale; per la narrativa, ha pubblicato un romanzo (Storia della Strega Povera, Belluno, Belumat Editrice, 1993) collegato alle sue memorie d’infanzia bellunese, che è stato finalista del Premio “Calvino”. Ha inoltre prodotto testi critici per pittori e scultori talvolta di rilevanza nazionale o internazionale. Su questi vari argomenti di storia, letteratura, arte e cultura locale, ha tenuto numerose conferenze, anche all’estero.

 


 

montagna3Agostino Amantia (a cura di), La Camera di Commercio di Belluno. Due secoli di storia e attività, Isbrec 2006, pp. 453, € 20,00

Al di là dell’occasione celebrativa da cui è nato, questo volume rappresenta un esempio di come si possa fare storia di una istituzione senza incorrere nel rischio, sempre presente, della celebrazione fine a se stessa, ma costituisca anche uno strumento di conoscenza e di approfondimento sui processi di lunga durata di un territorio. Nell’impianto dei saggi raccolti nel volume emerge netto il profilo della storia economica di un territorio di “confine”, intendendo per esso non solo quello geografico, finché è stato tale, ma anche la lunga marginalizzazione della sua economia, o se vogliamo la sua residualità in un contesto regionale che andava conoscendo nella sua parte centrale e di pianura l’avvio e poi l’accelerazione della industrializzazione. Una marginalizzazione ed una residualità che risaltano ampiamente nei primi tre saggi, in particolare in quelli di Antonio Lazzarini e di Ferruccio Vendramini, dove è anche possibile individuare un’altra chiave di lettura, quella più propriamente riferita al contesto sociale. E del resto non può che essere così, date le interazioni che esistono tra l’agire di una istituzione, anche nella sua fase di libera rappresentanza degli interessi, e ciò che sta nel territorio, ciò che vi accade, le emergenze che vi si presentano. Si pensi alla alluvione del 1882, che fu sì fatto di (negativa) rilevanza economica, ma fu anche fatto sociale. Un intreccio che si ritrova un po’ in tutti i saggi, e che è emblematicamente rappresentato, per venire a tempi più recenti, nei riferimenti che Maurizio Busatta fa all’emigrazione e alla tragedia del Vajont. Molti altri sono tuttavia i filoni che traspaiono in questa ricostruzione d’insieme. Mi limito a citarne due: il nodo infrastrutturale, e quello di un moderno turismo di massa. Anche in questi due casi la valenza economica va di pari passo con l’ambiente sociale. L’insistenza infatti con cui la Camera bellunese affrontò nel tempo il tema della mobilità (strade, ponti, collegamenti ferroviari) non era solo dovuta al ruolo strategico che essa rivestiva per le attività economiche, e per trattenere in loco quelle aziende lì nate e sviluppatesi e non ancora trapiantatesi in pianura, bensì era tesa anche a migliorare la qualità di vita dei residenti. Come l’interesse per il decollo di un turismo di massa non era legato alla semplice individuazione di fonti di reddito alternative rispetto ad una economia agricola di sopravvivenza, ma aveva sullo sfondo la percezione che questo avrebbe consentito di ridurre il peso umano e sociale di una emigrazione che, ancora nel 1961, coinvolgeva un 16% della popolazione residente.
(Dalla prefazione di Giorgio Roverato)

Gli autori

Giorgio Roverato è docente di Storia economica presso l’Università degli studi di Padova.
Antonio Lazzarini è docente di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Padova.
Paolo Doglioni è amministratore camerale, laureato in Storia presso l’Università degli studi di Venezia.
Ferruccio Vendramini è pubblicista e saggista, si occupa di storia bellunese e veneta.
Giada Collazuol ha conseguito la laurea in Lingue e letterature straniere presso l’Università degli studi di Udine.
Agostino Amantia docente di Lettere e direttore dell’Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell’Età Contemporanea.
Maurizio Busatta è pubblicista e saggista, si occupa di economia ed istituzioni della montagna.
Giuseppe Trevisiol è stato segretario generale della Camera di Commercio di Belluno dal 1996 al 2006.
Giovanni Larese è bibliotecario della Camera di Commercio di Belluno.
Camilla Emili è responsabile dell’archivio storico della Camera di Commercio di Belluno.

 


 

montagna2Antonio Lazzarini, La trasformazione di un bosco. Il Cansiglio, Venezia e i nuovi usi del legno (secoli XVIII-XIX), Isbrec 2006, pp. 518, € 21,00

I mutamenti che avvengono fra Sette e Ottocento negli usi del legno, e quindi nella domanda di legname da costruzione e di legna da fuoco e carbone vegetale, provocano profonde trasformazioni nello sfruttamento del Cansiglio, bosco della zona prealpina bandito nel 1548 dalla Repubblica di Venezia per riservarlo alle costruzioni navali della marina militare. L’intensa ricerca sia di fonti energetiche che di materie prime promuove l’ingresso del bosco pubblico nel mercato: aumenta l’entità del prelievo, si moltiplicano e differenziano i fruitori del legno, si modifica il rapporto fra le essenze. Le trasformazioni nella cantieristica navale riducono l’uso dei faggi, adoperati per i remi, e incrementano quello degli abeti, usati per l’alberatura e altre parti delle navi, mentre viene allentata la rigida riserva per l’Arsenale e comincia l’utilizzazione del legno anche per altri scopi: carbone per le miniere erariali di Agordo, legna da fuoco per le vetrerie di Murano, assortimenti vari per l’esercito, tronchi di faggio per traversine ferroviarie. Inoltre legna e legname sono venduti a piccole partite alle popolazioni circostanti, mentre i grandi faggi secolari vengono ceduti ad artigiani provenienti dall’altopiano di Asiago che li utilizzano per lavori di rifenditura. Questi ultimi, i così detti «cimbri», a partire dal 1799 si stabiliscono all’interno del bosco, cosa sempre rigidamente vietata dalla Repubblica, e ne diventano gli unici residenti fissi, aumentano rapidamente di numero e moltiplicano le loro abitazioni, raggruppate in cinque villaggi. Da un lato, quindi, intensificazione della domanda di legno, mutamenti della cantieristica, cambiamenti politico-istituzionali, insediamenti antropici stabili, innovazioni nelle tecniche di trasporto; dall’altro applicazione di moderni programmi selvicolturali, centrati sull’incremento delle conifere e sull’introduzione di criteri scientificamente fondati nella gestione del bosco, promossa soprattutto dal grande studioso e tecnico forestale Adolfo di Bérenger: entrambi questi ordini di fattori con­corrono nel modificare in profondità non solo le modalità del prelievo ma anche le caratteristiche strutturali dell’intero ecosistema.

L’autore
Antonio Lazzarini nato e residente a Venezia, insegna Storia contemporanea all’Università di Padova. Ha studiato prevalentemente la storia veneta fra Settecento e Novecento, con particolare attenzione ad economia, società, popolazione e ambiente. Ha pubblicato, fra l’altro, Campagne venete ed emigrazione di massa (1866-1900), Vicenza 1981; Contadini e agricoltura. L’inchiesta Jacini nel Veneto, Milano 1983; Fra terra e acqua. L’azienda risicola di una famiglia veneziana nel Delta del Po, Roma 1990 e 1995; Fra tradizione e innovazione. Studi di agricoltura e società rurale nel Veneto dell’Ottocento, Milano 1998. Sulla storia della montagna ha scritto diversi saggi e curato i volumi La montagna veneta in età contemporanea. Storia e ambiente. Popoli e risorse, Roma 1991 (con Ferruccio Vendramini); Diboscamento montano e politiche territoriali. Alpi e Appennini dal Settecento al Duemila, Milano 2002; Fonti per la storia dell’economia bellunese.I primi rapporti della Camera di commercio, Belluno 2004; La «questione montagna» in Veneto e Friuli tra Ottocento e Novecento. Percezioni, analisi, in­terventi, Belluno 2005 (con Agostino Amantia).

 


 

montagna1Antonio Lazzarini e Agostino Amantia (a cura di), La questione “montagna” in Veneto e Friuli tra Otto e Novecento. Percezioni, analisi, interventi, Isbrec 2005, pp. 294, € 20,00

Il volume raccoglie gli atti del convegno svoltosi a Belluno l’11 e 12 ottobre 2002. Gli studi e le ricerche in esso contenuti affrontano alcune delle tematiche relative al periodo compreso tra metà Ottocento e prima guerra mondiale, in cui si sviluppa una specifica attenzione, anche a livello di opinione pubblica, alla questione della montagna intesa come un’unica realtà territoriale, economica, culturale e sociale, e si vanno elaborando proposte e progetti per una politica montana unitaria, strutturata in un complesso di interventi fra loro coordinati, che soltanto molto più tardi troveranno una qualche attuazione. In tale chiave, e quindi con approccio non generico, sono stati esplorati o rivisitati vecchi e nuovi temi storiografici, prendendo in esame, con riferimento all’area veneta e friulana, i principali problemi che la montagna si trova ad affrontare nel processo di modernizzazione che si andava sviluppando in Italia e in Europa. Si tratta di questioni quali la tutela dei boschi e dell’assetto idrogeologico, le innovazioni selvicolturali e l’utilizzazione del legname, le migrazioni stagionali e l’esodo permanente, l’avvio del turismo e dell’alpinismo, l’apertura di nuove vie di comunicazione e il sorgere di iniziative industriali moderne, che dettero vita ad indagini approfondite e a vivaci dibattiti, talora seguiti da interventi di un certo rilievo, anche se pochi di essi si rivelarono veramente efficaci.

Gli autori

Antonio Lazzarini nato e residente a Venezia, insegna Storia contemporanea all’Università di Padova. Ha studiato prevalentemente la storia veneta fra Settecento e Novecento, con particolare attenzione ad economia, società, popolazione e ambiente. Ha pubblicato, fra l’altro, Campagne venete ed emigrazione di massa (1866-1900), Vicenza 1981; Fra terra e acqua. L’azienda risicola di una famiglia veneziana nel Delta del Po, Roma 1990 e 1995; Fra tradizione e innovazione. Studi di agricoltura e società rurale nel Veneto dell’Ottocento, Milano 1998.
Agostino Amantia, insegnante di Lettere nelle scuole medie, è direttore dell’Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell’Età Contemporanea. Si occupa di tematiche relative alla modernizzazione, con particolare riferimento all’area della montagna bellunese. Ha curato i volumi Lega e localismi in montagna. Il caso Belluno, Belluno 1994, Gli industriali di Belluno e la ricostruzione , Vicenza 1996, Cesiomaggiore. Identità e storia di una comunità locale, Padova 2002, Storia dell’amministrazione provinciale di Belluno, vol. III, Documenti, memorie, repertori, Verona 2004.