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Posa di pietre d’inciampo a Mel

Nel quadro delle celebrazioni del Giorno della Memoria, giovedì 15 gennaio inizierà la posa di pietre d’inciampo nell’allora comune di Mel, oggi parte del comune di Borgo Valbelluna. L’iniziativa nasce da un progetto promosso da Isbrec e sostenuto fattivamente dall’Amministrazione comunale di Borgo Valbelluna e mira a restituire alla comunità la memoria di una pagina drammatica del nostro recente passato. L’appuntamento del 15 gennaio si svolgerà secondo il seguente programma:

ore 9.00
ritrovo presso l’auditorium  San Pietro a Mel e presentazione dell’iniziativa, alla presenza della autorità comunali, dei rappresentanti dell’Isbrec Paola Brunello e Enrico Bacchetti, degli studenti delle classi III dell’Istituto secondario di primo grado di Mel, nonché dell’artista tedesco Günter Demnig, ideatore e realizzatore del progetto che ormai da oltre 10 anni ha portato alla realizzazione e alla posa di migliaia di pietre d’inciampo in tutta Europa.
ore 11.00
trasferimento nella frazione di Conzago, in una cui casa furono internati alcuni ebrei stranieri che, nel febbraio del 1944, furono poi prelevati e deportati ad Auschwitz; qui avverrà la posa delle pietre d’inciampo.

La cittadinanza è invitata a partecipare

I fatti
Tra il settembre del 1941 e il febbraio 1944 la provincia di Belluno vide passare, in tempi e modi differenti, circa 180 ebrei stranieri, internati in una quindicina di comuni per volere del regime fascista. Queste persone si trovarono a trascorrere mesi e a volte anni nel nostro territorio in regime di internamento libero, una sorta di semilibertà in forza della quale molti diritti elementari furono loro negati.
Dopo che i nazisti, agli inizi di settembre del 1943, ebbero occupato la nostra provincia che, con quelle di Trento e Bolzano, andò a costituire la Zona d’Operazione delle Prealpi, il clima per questi ebrei stranieri si fece sempre più difficile. Alcuni tentarono, riuscendoci, di sfuggire al loro controllo ora nascondendosi ora fuggendo verso il sud Italia per poi essere trasferiti negli Stati Uniti, ma altri, ancora fiduciosi e forse abbagliati dalle condizioni in fondo non disumane garantite dal regime di internamento libero, scelsero di non scappare.
Costoro vissero l’esperienza più dolorosa; infatti  verso la metà di febbraio del 1944 i nazisti decisero di raccogliere tutti gli ebrei ancora presenti in provincia e di deportarli prima a Fossoli (Modena), dove era attivo un campo di raccolta, e da qui ad Auschwitz da dove i più non fecero ritorno.

Le pietre di inciampo a Mel
A Mel furono arrestati e deportati in questo modo 24 persone, uomini e donne, giovani, adulti e anziani e persino bambini. La restituzione di queste storie, avvenuta negli anni passati attraverso alcuni saggi di Ferruccio Vendramini, Enrico Bacchetti e Paola Brunello, trova ora un nuovo momento nella posa delle pietre di inciampo che Isbrec e Comune di Borgo Valbelluna hanno intenzione di posare a partire da giovedì 15 gennaio e poi, via via, nei prossimi anni. In tal modo, quanti si troveranno a passare fuori dalla abitazioni in cui quelle persone, “colpevoli” solo di essere ebree, furono costrette a vivere e da cui infine furono strappate e condotte spesso a morire, potranno “inciampare” nella memoria e richiamare alla mente la brutalità dei regimi nazista e fascista che condannarono alla morte milioni di persone innocenti.
Il percorso di memoria si completerà quindi martedì 27 gennaio, alle ore 20.30, presso la sala Affreschi del Municipio a Mel, con la presentazione della ricerca “Ebrei stranieri internati a Mel” di Paola Brunello (Isbrec), introduzione di Enrico Bacchetti (Isbrec), letture di Chiara Bergamini (Isbrec) e la partecipazione di alcuni testimoni.

Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità. Chiunque giri le spalle, chiuda gli occhi o passi oltre offende la memoria dei caduti. Chiunque si rifiuti di conoscere la verità non capirà mai con quale nemico si è battuta fino alla morte la nostra grande, la nostra santa Armata Rossa.

Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka

 

Comunicato sulla manifestazione neofascista di Acca Larentia

Condividiamo il seguente comunicato pubblicato dall’Istituto nazionale Ferruccio Parri di cui l’Isbrec fa parte, inerente la  manifestazione neofascista tenutasi a Roma nella giornata di ieri, 7 gennaio 2026.

Nel condannare fermamente le violenze politiche verificatesi in questi giorni, da qualsiasi parte esse siano state compiute, l’Istituto nazionale Ferruccio Parri non può passare sotto silenzio la manifestazione neofascista di ieri con saluti romani ed esibizione di simbologia fascista, una manifestazione politica presentata come forma di commemorazione degli omicidi di Acca Larentia.

Valori democratici quali il rispetto, il dialogo, la pacifica convivenza civile nulla hanno a che fare e non sono certamente compatibili con gesti evocativi di un regime oppressivo e totalitario come quello fascista, che ha dominato il Paese per un intero ventennio sopprimendo ogni manifestazione di vita democratica.

Paolo Corsini
Presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

Giulia Albanese
Vicepresidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

Chiusura dell’Istituto per le festività

L’Istituto storico bellunese della Resistenza e dell’età contemporanea rimarrà chiuso da mercoledì 24 dicembre 2025 a martedì 6 gennaio 2026 compresi, per le festività natalizie. Le attività riprenderanno regolarmente da mercoledì 7 gennaio con l’apertura della sede e con le nuove iniziative.

A tutti i soci e amici dell’Istituto rivolgiamo un caloroso augurio di buon natale e di un felice 2026 e ringraziamo quanti ci hanno sostenuto e sostengono, consentendoci di proseguire nel nostro impegno al servizio della cultura, della storia e della memoria.

Presentazione del romanzo di Adriana Lotto “La casa di Sveti Vid”

Associazione culturale Tina Merlin e Isbrec organizzano venerdì 19 dicembre, alle ore 18.00, presso la Sala Muccin del Centro Giovanni XXIII a Belluno, la presentazione del romanzo di Adriana LottoLa casa di Sveti Vid“ (Cierre 2025). Durante l’incontro l’autrice converserà con Mirta Amanda Barbonetti, membro del direttivo dell’Isbrec.

La casa di Sveti Vid. Una sera di aprile del 2015, due donne narrano a turno una storia che ha inizio nel 1943 nell’isola di Veglia (Krk) occupata dagli italiani, si svolge nei campi di internamento fascisti in Italia, a Belluno, nel periodo della Resistenza e infine di nuovo tra Veglia e Fiume fino al 1950. La protagonista è la giovane croata Marija e con lei sono protagoniste le donne di qua e di là dell’Adriatico alle prese con la durezza della vita e della guerra. Donne di popolo, per motivi diversi sole, decise e a volte rudi, ma dal cuore grande. La vicenda si ispira a fatti realmente accaduti.

Adriana Lotto è presidente dell’Associazione culturale Tina Merlin e membro del Consiglio Direttivo dell’Isbrec. Docente e ricercatrice, ha insegnato storia contemporanea presso la Facoltà di Lingue straniere dello Iulm di Milano, sede di Feltre, dal 1997 al 2003 ed è stata cultore della materia presso il Dipartimento di storia dell’Università di Venezia. È autrice di numerosi libri, saggi e articoli su riviste e giornali. La casa di Sveti Vid (Cierre edizioni) è il suo primo romanzo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Una donna in guerra. Diario di Isabella Bigontina Sperti 1918 (1996), Quella del Vajont. Tina Merlin, una donna contro (2021); Tra beneficenza e credito. Il Monte di Pietà di Belluno nei secoli XIX e XX (2021), Belluno dall’annessione alla fine dell’Ottocento (2016).

Ciclo “Italia: Nazione senza confini”. Incontro con Maurizio Reberschak

Si conclude il ciclo di incontri organizzato per i 60 anni dell’Isbrec e dedicato al tema “Italia: nazione senza confini”. Il quinto e ultimo appuntamento appuntamento si svolgerà sabato 13 dicembre alle ore 17.00 in sala “Bianchi” a Belluno e vedrà la partecipazione dello storico Maurizio Reberschak, componente del Consiglio direttivo dell’Isbrec. Il titolo del suo intervento è “Stato e Nazione nell’Italia contemporanea“.

Ingresso libero

Il ciclo di incontri è pensato anche come momento di formazione per docenti. Agli insegnanti partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

“Stato” e “Nazione”, insieme a ”Patria”, sono tornati di moda nel linguaggio politico attuale. Ma c’è da chiedersi: questa terminologia è usata in modo appropriato? E soprattutto: quando queste parole sono state usate nel corso della storia contemporanea? E quale valenza si deve dare a questi termini in sede storica ed epistemologica?
Possiamo partire dall’uso attuale del termine reintrodotto con grande enfasi dalla presidente del consiglio Meloni, che dimostra di prediligere “Nazione” (e “Patria”) al termine “Stato”. Ma è bene chiedersi se l’uso politico di questa terminologia sia corretto sotto un profilo storico. Da un punto di vista metodologico dobbiamo riferirci alle elementari indicazioni metodologiche di Marc Bloch sulla storia, o meglio a cosa serve la storia: «comprendere il presente mediante il passato»; «comprendere il passato mediante il presente».
L’excursus potrebbe cominciare dal ’500, come indica Federico Chabod nei suoi corsi universitari, attestati nel libro L’idea di Nazione, ma fermeremo la nostra attenzione all’età contemporanea. La formazione degli Stati nazionali conosce un apice nel corso del XIX secolo. Pensiamo alla Germania di Bismarck (1871) o all’Italia di Cavour (1961). Sintomatico è l’uso maggiore di “Stato” rispetto a quello di “Nazione” e di “Patria”. Con l’unità dello Stato italiano si pose l’interrogativo: «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani» (Massimo d’Azeglio): emerse cioè il problema di un’identità nazionale. Il fenomeno del brigantaggio, l’analfabetismo predominante, la permanenza delle lingue dialettali, furono veri ostacoli alla costruzione di un’unità nazionale. La rappresentanza di una Nazione rimase a lungo un ideale irraggiungibile. Fu lo “scatto” della Grande guerra a imprimere un’accelerazione verso lo “spirito” di Nazione: per la prima volta le masse militari furono a contatto nel fronte, a ridosso del quale la popolazione locale era direttamente coinvolta. Venne portata a compimento quella “nazionalizzazione” delle masse che in precedenza aveva impegnato la classe dirigente liberale, ma con esiti alterni e ambivalenti.
Con l’avvento del regime fascista il processo di “nazionalizzazione delle masse” comportò l’assimilazione tra Stato e Nazione attraverso la trasformazione delle istituzioni dello Stato e il “consenso” forzato delle masse. Le leggi “fascistissime” comportarono la trasformazione radicale delle istituzioni statali. “La Nazione lo chiede” divenne lo slogan di “diritto di fatto”. La formazione di un nuovo sistema del diritto (codici Rocco) modificò le relazioni pubbliche e private. L’istituzione del sistema corporativo incise sulla trasformazione dei rapporti sociali, civile, economici. Il colonialismo comportò la funzione della Nazione come potenza internazionale.
La seconda guerra mondiale venne intesa come riscatto della Nazione tradita dai trattati di “pace” succeduti alla ”Grande guerra”. La spinta dell’antifascismo cominciò a preparare l’ipotesi di una nuova forma-Stato. Il “Manifesto di Ventotene” del 1941 ipotizzò le basi di uno Stato sovranazionale europeo mediante l’unione federale degli Stati. Con la caduta del regime fascista e la fine della guerra si pose il problema della costruzione del nuovo Stato italiano. L’Assemblea costituente dovette affrontare tale questione. Il primo schema di costituzione venne predisposto in forma extraistituzionale mediante “conversazioni accanto al caminetto”.
Nei lavori dell’Assemblea costituente tornò in primo piano il problema dello Stato e delle sue istituzioni. Punto cruciale fu la redazione dei “principi fondamentali”, che costituirono il cardine del nuovo Stato, anche se vennero inseriti anche i rapporti tra Stato e Chiesa. Nella costituzione italiana lo Stato come forma istituzionale riprese la sua configurazione di diritto pubblico come forma istituzionale di Repubblica. Nazione e Patria vennero ridimensionate nelle loro accezioni identitarie. Ma tutto ciò determinò l’estradizione della “Nazione” e la “morte della Patria”? La spirito nazionalista e patriottico si insinua ancora nelle sedi istituzionali. Basti pensare alla scenografia “patriottica” del Vittoriale ogni 4 novembre.

Maurizio Reberschak ha insegnato Storia contemporanea e di Storia dei partiti e dei movimenti sindacali presso le Università di Padova e Venezia ed è attualmente membro del Consiglio direttivo dell’Isbrec e Socio corrispondente interno della Deputazione di storia patria per le Venezie. Si occupa di storia politica e sociale con particolare riferimento ai gruppi di potere nell’Italia contemporanea, dedicando attenzione soprattutto agli aspetti imprenditoriali e politici della biografia di Vittorio Cini. Ha avviato varie iniziative di ricerche personali e collettive e di pubblicazioni sul disastro del Vajont. Promotore del progetto “Archivio diffuso del Vajont”, è direttore scientifico della digitalizzazione dell’Archivio del processo penale del Vajont e della costruzione del sito web del medesimo archivio. Tra le sue pubblicazioni si segnalano le prime ricerche storiche sul Vajont (Il Grande Vajont, Longarone-Venezia 1983; n.e. Verona 2003, 2008, 2013, 2016) e sul dopo Vajont (Il Vajont dopo il Vajont, con Ivo Mattozzi, Venezia 2009), studi sui movimenti pacifisti e non-violenti (Non-violenza e pacifismo, Milano 1985), analisi su società locali (La resistenza nel veneziano, Venezia 1985; Venezia nel secondo dopoguerra, Padova 1983). Ha collaborato alla Storia dell’industria elettrica in Italia (Roma-Bari 1992, 1994), e alla Storia di Venezia. Ottocento e Novecento (Roma-Venezia 2002). L’ultimo suo lavoro, sempre legato al tema del Vajont, è “Vajont. La prima sentenza. L’istruttoria del giudice Mario Fabbri” curato assieme a Silvia Miscellaneo e Enrico Bacchetti.

Fra rabbia e antifascismo. Incontro con Francesco Filippi

Sabato 6 dicembre con inizio alle ore 17.00 a Trichiana presso la biblioteca civica in via Bernard Luigi si terrà l’incontro con lo storico Francesco Filippi che presenterà i suoi ultimi lavori “Antifascista, Pensare, vivere, agire perr la democrazia” e “Cinquecento anni di rabbia. Rivolte e mezzi di comunicazione da Gutenberg a Capitol Hill“. L’incontro è organizzato da Anpi-La Spasema e Isbrec e vanta il patrocinio del Comune di Borgo Valbelluna.

Nel primo dei due volumi Filippi propone una lezione di storia, accessibile e illuminata, utile per tutti, giovani e adulti e per le generazioni che hanno vissuto nei ricordi delle loro famiglie il fascismo e la dittatura. Fondamentale per capire il presente e il futuro di questo Paese in cui i fantasmi del passato tornano a bussare prepotentemente alle porte delle nostre società. 
In “Cinquecento anni di rabbia” Francesco Filippi discute una tesi affascinante: c’è uno stretto rapporto che intercorre tra le rivolte e i mezzi di comunicazione dal Cinquecento a oggi e senza dubbio quella a cui stiamo assistendo in questi anni è una rivoluzione, di cui noi siamo i protagonisti. Mai come ora abbiamo bisogno di fare un buon uso della storia per capire con maggiore profondità il mondo nel quale viviamo.

Francesco Filippi (1981) è uno storico della mentalità, collabora con l’Associazione di Promozione Sociale Deina che organizza viaggi della memoria e percorsi formativi in collaborazione con scuole e università. Ha partecipato alla stesura di manuali e percorsi educativi sui temi del rapporto tra memoria e presente. Consulente storico-scientifico del progetto Promemoria_Auschwitz.eu, collabora con enti culturali e istituti quali la Fondazione Museo Storico del Trentino. Tra le sue pubblicazioni, il romanzo Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo (Bollati Boringhieri 2019) e i volumi Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto,(Bollati Boringhieri 2020), Noi però gli abbiamo fatto le strade: Le colonie italiane tra bugie, razzismi e amnesie (Bollati Boringhieri, 2021), Prima gli italiani! (sì, ma quali?) (Laterza, 2021).

Ingresso libero

Ciclo “Italia: Nazione senza confini”. Incontro con Vincenzo D’Alberto

Continua il ciclo di incontri organizzato per i 60 anni dell’Isbrec e dedicato al tema “Italia: nazione senza confini”. Il quarto appuntamento si svolgerà venerdì 28 novembre alle ore 17.00 in sala “Bianchi” a Belluno e vedrà la partecipazione di Vincenzo D’Alberto, già docente nei licei bellunesi e componente del Comitato scientifico dell’Isbrec; il titolo del suo intervento è “Tra prima e seconda repubblica. Materiali per un seminario“.

Nel corso dell’intervento saremo trasportati nel passato più recente del nostro Paese e si rifletterà sulla situazione italiana in quella fase di ridefinizione dello Stato che va dalla metà degli anni Settanta alla fine degli anni Novanta, ossia nel travagliato periodo che precede, attraversa e segue il passaggio dalla cosiddetta prima repubblica alla seconda. I temi principali della sua prolusione saranno i seguenti: la scuola tra prima e seconda repubblica, la teoria del capitale umano alla base della scuola della seconda repubblica, i momenti salienti che scandiscono il passaggio dal Pci al Pds a partire dalla crisi del governo di unità nazionale 1976/78, la polemica sul cattocomunismo come filo conduttore di una possibile ricerca, il debito pubblico e lo stato sociale. Temi che, con tutta evidenza, ancor oggi rivestono una notevole importanza e la cui analisi è imprescindibile per chiunque voglia comprendere il presente in cui viviamo.

Vincenzo D’Alberto, già docente di Storia e Filosofia nei Licei, ha pubblicato articoli e saggi di storia contemporanea, prevalentemente in ambito locale. Tra i suoi scritti apparsi sulla rivista “Protagonisti” dell’Isbrec si ricordano Il “barbaro” bellunese e il “ciclo del bicchiere di vino” (2021), Note sulla crisi dell’antifascismo (2007), Unità nazionale e riconciliazione nella storia del PCI (1998), Nazione di popolo e nazione di partiti. Eugenio Curiel e “Il Piave” (1989); si ricorda inoltre il saggio Il rimedio dell’emigrazione pubblicato nel volume curato da F. Vendramini e E. Franzina Montagne e veneti nel secondo dopoguerra (1988).

Ingresso libero

Il ciclo di incontri è pensato anche come momento di formazione per docenti. Agli insegnanti partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Presentazione del documentario “Elserino Piol di Valmorel. Il sogno di un’impresa”

Venerdì 21 novembre alle ore 20.30, in sala Renato De Fanti presso il Municipio di Limana si terrà la presentazione del documentario “ELSERINO PIOL di Valmorel. Il sogno di un’impresadi Mirco Melanco (50′).
Il progetto nasce da una collaborazione tra il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova, la Fondazione Elserino Piol e l’Isbrec. Il documentario riguarda la vita e l’opera dell’imprenditore Elserino Piol, uno dei personaggi più influenti dell’alta tecnologia informatica mondiale del XX e XXI secolo. Il documentario biografico è stato realizzato da studenti stagisti che hanno frequentato il “Laboratorio per la realizzazione di documentari” del Dams (Samuele Grando, Agnese Ferracin, Serena Toninello), coordinati dal Dott. Vanni Cremasco (responsabile del Laboratorio Audio Video dipartimentale) e diretti dal Prof. Mirco Melanco. Il filmato racconta la storia di Elserino Piol, ma nel contempo disegna l’evoluzione dell’Hi Tech dagli anni Cinquanta in poi, passando per Olivetti, Omnitel, Infostrada, Kiwi ecc. Un racconto avvincente che lega Piol anche al suo territorio natale, Valmorel, dove, in questi giorni, è stata inaugurata ufficialmente la sede della Fondazione Elserino Piol. L’Istituzione, presieduta da Andrea Piol (figlio di Elserino), si propone di portare i giovani all’interno di un mondo tecnologico in continua trasformazione anche sulle montagne planetarie, nel pieno rispetto dell’ambiente.

Entrata libera fino a esaurimento posti a sedere

Ciclo “Italia: Nazione senza confini”. Incontro con Santo Peli

Riprende il ciclo di incontri organizzato per i 60 anni dell’Isbrec e dedicato al tema “Italia: nazione senza confini”. Il terzo appuntamento vedrà la partecipazione dello storico Santo Peli che si svolgerà venerdì 14 novembre alle ore 17.00 a Belluno, in sala “Bianchi”. Il titolo della sua conferenza sarà “Guerra partigiana e rifiuto della guerra“.

Ingresso libero

Il ciclo di incontri è pensato anche come momento di formazione per docenti. Agli insegnanti verrà dunque rilasciato un attestato di partecipazione.

Nel suo intervento, Santo Peli intende affrontare due importanti aspetti della guerra partigiana, ossia di quel passaggio decisivo della storia d’Italia che determinò la fine del potere fascista e la nascita della democrazia nel nostro Paese. Si partirà da una serie di riflessioni sui molteplici intrecci, solo apparentemente paradossali, tra diffuso rifiuto della guerra e la scelte di impugnare le armi, tra spontaneità e organizzazione, tra progetti politici di vasto respiro e “piccole patrie”. In secondo luogo il nostro relatore proporrà un confronto tra le specifiche condizioni che resero possibile progettare e realizzare la guerra partigiana nel centro nord, e il diffuso rifiuto all’arruolamento che caratterizzò invece le regioni meridionali alla fine del ’44 (“Non si parte”). Le sue riflessioni prenderanno le mosse dal recente volume, curato da Santo Peli e Filippo Focardi, Resistenza. La guerra partigiana in Italia (1943-1945), edito da Carocci nel 2025, nel quale compare anche un suo saggio che porta proprio il titolo del nostro incontro.

Santo Peli, ricercatore, ha insegnato Storia contemporanea nella facoltà di Scienze politiche dell’Università di Padova fino al 2013. I suoi campi di ricerca sono in particolare la conflittualità operaia tra Prima e Seconda guerra mondiale e la Resistenza italiana, di cui è uno dei maggiori studiosi italiani. In passato è stato membro del comitato scientifico dell’Istituto nazionale Parri (ex Insmli), rete degli Istituti storici della Resistenza italiani. Tra i suoi lavori si ricordano i volumi L’altro esercito. La classe operaia nella grande guerra (Feltrinelli, 1980), La Resistenza difficile (BFS edizioni, 1999, ristampato nel 2018), La Resistenza in Italia. Storia e critica (Einaudi, 2004) e Storie di Gap. Terrorismo urbano e Resistenza (Einaudi, 2014).

Lo sceneggiatore Rodolfo Sonego. Un documentario in quattro puntate

Giovedì 30 ottobre 2025, alle ore 18.30 presso il Palazzo Crepadona a Belluno si terrà la presentazione ufficiale al pubblico del progetto televisivo in 4 puntate “Lo sceneggiatore Rodolfo Sonego protagonista dei cinema italiano”, prodotto dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova in collaborazione, tra gli altri, con l’Isbrec. Rodolfo Sonego (nato a Cavarzano il 27 febbraio 1921, partigiano durante la lotta di liberazione con il nome di battaglia “Benvenuto Cellini” e vincitore del premio San Martino nel 1992) è stato una delle massime figure del grande cinema italiano del XX secolo e il progetto televisivo, realizzato da trenta studenti del “Laboratorio per la realizzazione di documentari” del Dams diretti dal prof. Mirco Melanco (Università di Padova, Isbrec), intende ripercorrere le tappe che hanno portato Sonego ad essere uno dei maggiori sceneggiatori del cinema italiano e della commedia all’italiana.

Le quattro puntate di circa 40 minuti l’una (che saranno trasmesse nella loro interezza a breve da Telebelluno) raccontano la storia biografica di Rodolfo Sonego, ma nel contempo spiegano una fetta importante di storia del cinema italiano dal secondo dopoguerra fino alla fine degli anni Novanta. Un racconto avvincente che lega Sonego anche al suo territorio natale, l’Alpago, e anche a San Pietro di Feletto dove Sonego, e la moglie Allegra, passavano le loro estati per circa trent’anni e dove è stata registrata l’intervista (14 luglio 1990) che è stata fondamentale per la riuscita di questo progetto televisivo. Il racconto è gestito dagli stessi studenti del Dams nella veste di storici di cinema. Essi hanno avuto l’onore di spiegare un passato così ricco di successi e di emozioni.

L’incontro di presentazione del progetto, che sarà moderato da Romina Zanon (Università di Udine, Isbrec), prevede innanzitutto la proiezione del trailer del documentario e, in seguito, gli interventi dei rappresentanti delle istituzioni che hanno promosso l’iniziativa ossia i Comuni di Belluno, Alpago e San Pietro di Feletto, il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova, l’Isbrec e Telebelluno. Interverrà poi Mirco Melanco (docente del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova e docente di Cinema del reale al Dams e di Storia della sceneggiatura alla Magistrale in Discipline dello Spettacolo e della Produzione Multimediale, nonché responsabile scientifico del Laboratorio per la realizzazione di documentari del Dams) che presenterà la prima puntata del documentario. Al termine della proiezione interverranno Giulio Sonego, figlio di Rodolfo, nuovamente Mirco Melanco e gli studenti che hanno lavorato al progetto.

Entrata libera fino a esaurimento posti a sedere