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I Belumat International raccontati da Giorgio Fornasier

Venerdì 28 giugno 2024 al teatro “Buzzati” di Belluno, con inizio alle ore 20.45, sarà presentato al pubblico, in prima assoluta, il film documentario biografico “I Belumat International raccontati da Giorgio Fornasier” (40 minuti).
Il documentario è stato prodotto dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova, insieme all’Isbrec. Il Comune di Belluno partecipa attivamente e patrocina questa operazione culturale offrendo la serata della prima visione al pubblico con entrata libera fino esaurimento dei posti a sedere (non è prevista prenotazione). Partecipano all’organizzazione anche l’Associazione Bellunesi nel Mondo e la Fondazione Teatri delle Dolomiti.

Programma della serata
Introduzione e presentazione Romina Zanon (Isbrec; Università di Padova)
Saluti istituzionali (Comune di Belluno, Isbrec, Associazione Bellunesi nel Mondo e Regione Veneto)
presentazione del documentario da parte del prof. Mirco Melanco (che porta anche i saluti dell’Università di Padova)
visione del documentario
intervento degli studenti che hanno realizzato il documentario
dibattito con Giorgio Fornasier, Francesco Piero Franchi e rappresentanti di istituzioni ed enti che organizzano l’evento

Il documentario
Sei studenti del Dams frequentanti il Laboratorio per la realizzazione di documentari hanno realizzato, in circa un anno e mezzo di lavoro complessivo, questo filmato frutto di una lunga ricerca che lega il duo musicale bellunese all’identità veneta in Patria e nel Mondo. Il tema centrale su cui si sviluppa la trama del film è la grandissima popolarità che i BELUMAT hanno in tante nazioni dove sono emigrati i veneti nel corso degli ultimi due secoli. Il tema dell’emigrazione e del successo raggiunto dai Belumat anche all’estero, in quasi quattro decenni di attività, caratterizza la trama su cui si sviluppa questo film. Questa produzione ha molto coinvolto gli studenti che l’hanno realizzata, con lo scopo di mantenere in futuro memoria di tanta capacità artistica nel trasmettere la cultura e l’identità veneta al mondo intero. Essendo, qualche hanno fa, scomparso Gianluigi (Gianni) Secco, autore dei testi delle canzoni, è toccato a Giorgio Fornasier, tenore e chitarrista, narrare la loro storia iniziata nel 1958. Il racconto spiega come I Belumat siano stati capaci di originare uno stile musicale e un linguaggio dialettale unico che è stato compreso e amato laddove si parla ‘talian, in Paesi come Argentina, Brasile, Messico, Canada, Arabia Saudita, per citarne alcuni di cui si parla nel filmato.

Il Laboratorio per la realizzazione di documentari del Dams dell’Università di Padova esiste fin dal 1991 e sono circa 1400 gli studenti che lo hanno frequentato, di cui circa 400 sono diventati professionisti nel mondo degli audiovisivi. Il responsabile scientifico del laboratorio è il Prof. Mirco Melanco. In 33 anni di attività sono stati realizzati circa 300 tra documentari, videosaggi e videotesi. Gli studenti hanno potuto apprendere il mestiere del filmmaker in ogni sua fase (dal soggetto alla sceneggiatura, dal montaggio alla post produzione). Numerosi sono stati i premi ricevuti ed elogi da parte di due Presidenti della Repubblica italiana come nel caso del filmato “Annarosa non muore. La Resistenza sulle Prealpi Bellunesi/Trevigiane 1943-1945)” con elogio scritto di Luigi Oscar Scalfaro o della “Montagna Infranta. La tragedia del Vajont nel cinquantennale (1963-2013)” con Medaglia di Rappresentanza per la prima visione da parte del Presidente Giorgio Napolitano. Questi due filmati sono visibili nel portale Youtube dell’Isbrec.

Scheda tecnica
I BELUMAT INTERNATIONAL RACCONTATI DA GIORGIO FORNASIER
Produzione: Dipartimento dei Beni Culturali Università di Padova – “Laboratorio per la realizzazione di documentari” DAMS – Responsabile Scientifico Prof. Mirco Melanco e Supporto tecnico e Coordinamento Laboratoriale Dott. Vanni Cremasco, Anno Accademico 2022/2023; Istituto storico bellunese della Resistenza e dell’età contemporanea (Isbrec).
Soggetto e Produzione: Mirco Melanco
Ricerca e premontaggio: Samuele Grando, Maria Chiara Lavino, Antonio Minotti, Giada Tietto, Anna Pattis, Anna Ziggiotto
Regia e montaggio: Samuele Grando e Maria Chiara Lavino
Sceneggiatura: Samuele Grando, Maria Chiara Lavino, Antonio Minotti, Giada Tietto, Anna Ziggiotto
Riprese: Samuele Grando e Mirco Melanco
Aiuto regia: Antonio Minotti
Coordinamento tecnico: Vanni Cremasco e Savino Cancellara
Durata: 40 minuti circa – anno 2024

Un francobollo per Italo Foschi. Un caso di revisionismo storico?

Un francobollo commemorativo. Solo un francobollo commemorativo. Solo?
È notizia di questi giorni che Poste italiane ha deciso di emettere un francobollo commemorativo dedicato ad una figura piuttosto oscura (ma non del tutto, non per tutti): Italo Foschi. La questione è balzata agli onori delle cronache e primo fra tutti se ne è occupato Il Riformista, con un articolo firmato da Carlo Giovanardi, già Ministro per i rapporti con il Parlamento (2001-2006), Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (2008-2011), Vicepresidente della Camera dei Deputati (1998-2001), più volte Senatore e Deputato della Repubblica. A seguire, poi, diversi organi di stampa se ne sono occupati e ancora se ne occupano.
La ragione: Italo Foschi fu uomo del fascismo, di quello più duro e violento, voltagabbana all’occorrenza, capace di passare con disinvoltura da una sponda all’altra, e più volte, per scopi personali. Che sia proprio la figura migliore da commemorare con un francobollo?
L’Isbrec ha già preso posizione sulla questione attraverso una breve relazione finita proprio sulla scrivania di Carlo Giovanardi (e non solo) che fa parte della Consulta filatelica l’organo che sovraintende all’emissione dei francobolli.
Lo ringraziamo per aver voluto approfondire una vicenda che tocca anche il Bellunese e per aver preso una posizione netta e pubblica che diversamente sarebbe passata sotto silenzio. Qui di seguito proponiamo un breve profilo di Italo Foschi perché la conoscenza del passato resta a nostro avviso lo strumento migliore per comprendere il nostro presente e perché riteniamo che un uso distorto e politico della storia sia sempre da stigmatizzare. Il passato si studia, lo si analizza, lo si ripensa con occhiali sempre nuovi. Ma riscriverlo per cercare di piegarlo alle proprie idee politiche non è né un modo corretto di affrontarlo, né un buon servizio per i cittadini. Insomma, non è storia.
In chiusura, alcuni brevi riferimenti bibliografici utili per approfondire la questione.

Italo Foschi
Enrico Bacchetti

Nato il 7 marzo 1884 a Corropoli (Teramo), Italo Foschi si laurea in giurisprudenza nel 1906 a Roma e nel 1908 entra alla Corte dei conti come scrivano; lascerà il suo posto nel 1922 per dedicarsi alla politica. Si iscrive al partito nazionale fascista nel marzo 1923 (fascio di combattimento di Roma) e nei primi anni si distingue, tra l’altro, per aver preso parte a diverse aggressioni contro avversari politici e per l’organizzazione di azioni squadriste nella capitale.
Nell’ottobre 1925 viene espulso dal partito per il suo atteggiamento intransigente e violento. Il fascismo sta infatti tentando di darsi una veste più “istituzionale” e meno violenta. Riammesso in occasione dell’anniversario della marcia su Roma per ordine di Farinacci, a dicembre del 1926 Foschi è costretto ad abbandonare la segreteria del fascio romano e quella della federazione dell’Urbe e venne “invitato… a diminuire per proprio conto (e a impedire ai suoi coadiutori) tutti gli eccessi di inopportuno esibizionismo” come dice un documento conservato nell’Archivio centrale dello Stato a Roma (Min. dell’Interno, 1926, b. 110, fasc. Roma – Fascio).
Nel 1928 è, tra l’altro, consigliere della Federazione italiana del gioco del calcio nonché per un certo periodo presidente dell’Associazione sportiva “Roma”.
Dal 1929 inizia la carriera di prefetto, che lo porta a Macerata (1929-’31), a Pola (1931-’33), a Taranto (1934-’36), a Treviso (1936-’39) e a Trento (1939-’43).
Fu sicuramente un fascista fedele al regime. Seguendo la sua figura negli ultimi anni di servizio, agli inizi del 1941, mentre svolge la funzione di prefetto di Trento, si scopre che denuncia all’autorità giudiziaria don Modesto Lunelli, parroco di Ziano, e don Giuseppe Lona, insegnante al liceo arcivescovile di Trento per aver firmato due bollettini parrocchiali con contenuti ritenuti disfattisti. E ancora, nel 1942, a seguito di quelle che definì “maldicenze politiche”, fece intervenire i carabinieri a Cles che arrestarono sette persone per tendenze disfattiste.
Il 25 luglio 1943, dopo la destituzione di Mussolini, con abile mossa sostituisce il direttore del giornale Il Brennero, il fascista Guido Gamberini, con il liberale Gino Marzani. Scrive Vadagnini (p. 73): «L’azione del Foschi, se rispondeva a fini personali, assecondava anche l’intento del governo Badoglio, che, con la sostituzione dei direttori dei più importanti quotidiani, tentava di sottrarre la stampa all’influenza diretta dei gruppi antifascisti».
Considerato il suo status di fascista intransigente e nonostante il tentativo di riposizionamento dopo il 25 luglio, l’11 agosto 1943 (o, secondo Bosman, il 16 agosto) fu collocato a riposo dal Governo centrale, nonostante i tentativi di adeguarsi al nuovo clima politico. Peraltro, anche le forze antifasciste trentine spingevano per un suo allontanamento.
Dopo l’8 settembre e con la costituzione nelle province di Trento, Bolzano e Belluno della Zona d’Operazioni delle Prealpi posta sotto il comando nazista (10 settembre), Foschi ritorna in auge: il 16 settembre è di nuovo prefetto di Trento. Immediatamente fa aprire un nuovo giornale, Il Trentino, che si presenta come «quotidiano del partito fascista repubblicano». Vale la pena ricordare che il 12 settembre Mussolini era stato liberato dalla sua prigionia sul Gran Sasso ad opera di soldati tedeschi e che di lì a un paio di settimane sarebbe nata la Repubblica sociale italiana. Inoltre, Foschi si applica alla ristrutturazione del partito fascista di Trento, con l’intento di ristabilire le condizioni antecedenti il 25 aprile. E ancora, prepara un elenco di antifascisti trentini da far arrestare e fucilare.
Nel frattempo, il Gauleiter Franz Hofer, Commissario supremo della Zona d’Operazioni delle Prealpi, non apprezzandone l’efficienza, andava cercando il modo di estromettere Foschi, in quanto intendeva mettere il fascismo “in soffitta”, in modo da garantire al potere nazista un controllo totale ed efficace del territorio. Sicché, dopo un solo giorno, il 17 settembre Foschi fu esautorato.
Lo ritroviamo qualche giorno più tardi a Belluno, ove assume l’incarico di prefetto.
A Belluno i tedeschi arrivano il 13 settembre, ossia 3 giorni dopo la nascita formale della Zona d’Operazioni. Immediatamente si crea un clima di terrore, con minacce di esecuzioni. L’obiettivo, anche nella nostra provincia, è quello di prendere il controllo alternando rudezze a blandizie. In generale il fascismo va messo ai margini, il potere deve stare in mano nazista e le autorità italiane devono sottoporsi agli ordini nazisti. Ne è un esempio la situazione particolare che si crea quando a Belluno si insedia un Sottosegretariato di Stato alla Marina (naturalmente parliamo della repubblica sociale di Mussolini) e subito sorgono tensioni con autorità e soldati tedeschi che infine porteranno al trasferimento del sottosegretariato nel febbraio del 1944.
Il consigliere amministrativo germanico, Hubert Lauer, sarà la vera autorità prefettizia della provincia; a lui saranno di fatto sottoposti i diversi prefetti italiani (aderenti alla repubblica fascista). E tra settembre e ottobre, a Belluno se ne alternano addirittura cinque: Gaspare Barbera nominato da Mussolini ma che non si poté insediare, Angelo Rossi (già in carica da febbraio sino al 6 settembre), Agostino Galatà, Idreno Utimperghe e Italo Foschi.
Tralasciando gli altri, Foschi giunse a Belluno il 19 settembre e rimase in carica sino al 20 ottobre (ma secondo altra fonte fu prefetto dal 24 settembre – dopo la costituzione della repubblica sociale – al 4 o al 21 novembre) per essere poi sostituito da Carlo Silvetti. La fine del suo mandato è legata ad un processo intentatogli a Trento perché dopo il 25 luglio, da prefetto di quella provincia, di fronte al nuovo clima politico creatosi con la destituzione di Mussolini, aveva fatto omaggio al re e al nuovo Presidente del Consiglio Pietro Badoglio e aveva stilato una lista di fascisti trentini da sanzionare e esporre al pubblico disprezzo. Insomma, Foschi si rivela un amante delle liste di proscrizione, da comporre ad arte in base al clima politico.
Il processo cui fu sottoposto comportò infine la sua messa a riposo da parte del governo della repubblica sociale, esito paradossale se si pensa che, giunto a Belluno, si era distinto per una «ritrovata intransigenza fascista», come scrive Ferruccio Vendramini (p. 174). Ad esempio, aveva ordinato che i ritratti del duce fossero ricollocati al posto d’onore e che i distintivi del partito fossero portati ben in vista sulle giacche. Il 21 settembre, inoltre, aveva firmato un appello, pubblicato su Il Gazzettino, nel quale esaltava Mussolini e sosteneva la necessità della collaborazione con le forze tedesche.
Tutto questo però non gli giovò neppure di fronte alle autorità naziste. I tedeschi, infatti, mal digerivano la presenza di un prefetto tanto zelante che tentava di rafforzare il partito in un territorio che invece essi ritenevano di controllare senza l’ingombro delle camicie nere: i fascisti, per le autorità germaniche, dovevano essere semplici e docili strumenti, e dunque l’apparato di partito non doveva risultare troppo forte.Non a caso il sostituto di Foschi, Carlo Silvetti, fu scelto non per la propria appartenenza politica quanto piuttosto per le sue qualità amministrative.
Certa è dunque la sua appartenenza fedele al regime fascista e chiaro il suo atteggiamento anche dopo il ritorno di Mussolini. Certamente, dopo la Liberazione venne processato per avere partecipato alla Repubblica sociale e quindi assolto (o forse amnistiato). Morirà nel 1949.

Qualche valutazione conclusiva. Foschi costruisce la propria carriera dentro il fascismo, cui aderisce convintamente venendo dall’esperienza nazionalista degli Anni ’10. La sua intransigenza lo mette in cattiva luce persino con gli apparati di partito (ma è storia condivisa da molti fascisti irriducibili del tempo, come pure, nella Germania degli Anni ’30, da molti nazisti). La sua consonanza con le posizioni fasciste è dunque fuori discussione.
Guardando al suo voltafaccia del luglio 1943, si potrebbe pensare ad un uomo di Stato semplicemente fedele alle istituzioni: se cambia l’aria, se muta la linea politica, un prefetto non può che prenderne atto comportandosi di conseguenza. Se però consideriamo quanto avviene nel settembre dello stesso anno quando “torna in sella” con l’arrivo dei tedeschi e la nascita della repubblica di Salò, risulta evidente che la presa di posizione di luglio fosse dettata solo da convenienze politiche. Fondamentalmente egli era e rimaneva non un uomo delle istituzioni, ma un uomo del fascismo.
La valutazione non si può certo estendere sul piano umano, di cui poco possiamo dire, ma considerando il suo ruolo pubblico è chiaro il suo gioco sempre a favore del fascismo tranne, e per pochi giorni, nel (solo parzialmente) mutato clima politico che segue la destituzione e l’arresto del duce. In fin dei conti un fascista che pone se stesso e i propri interessi davanti a tutto e a tutti, in altri termini (non certo lusinghieri) un “uomo per tutte le stagioni”. Sul piano etico, sia consentita questa valutazione, una figura da studiare, certo non da incensare.

Fonti bibliografiche

Marco Borghi, La storia della fugace apparizione del sottosegretariato di Stato alla Marina a Belluno, in “Protagonisti”, n. 59 (1995), pp. 11-22
Giovanna Bosman, Foschi, Italo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 49 (1997), consultabile all’Url https://www.treccani.it/enciclopedia/italo-foschi_(Dizionario-Biografico)/
Armando Vadagnini, Gli anni della lotta: guerra, resistenza, autonomia (1940-1948), Trento 1978
Ferruccio Vendramini, Note sul collaborazionismo nel bellunese durante l’occupazione tedesca (1943-1945), in Tedeschi, partigiani e popolazioni nell’Alpenvorland (1943-1945). Atti del convegno di Belluno (21-23 aprile 1983), Venezia 1984, pp. 171-208

Uccidete pure me, la l’idea che è in me non l’ucciderete mai

Nel centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti perpetrato da sicari fascisti, Anpi e Fondazione socialismo con il patrocinio di Isbrec, Comune di Belluno e Cgil Belluno, organizzano l’incontro “Uccidete pure me, la l’idea che è in me non l’ucciderete mai“, che si terrà a Belluno sabato 15 giugno 2024 alle ore 18.00 presso la sala “Bianchi”, in viale Fantuzzi 11.

Interverranno
Giovanni Crema (vice Presidente Associazione Nazionale Parlamentari Italiani – Isbrec)
Silvano Cavallet (giornalista – Isbrec)
Gino Sperandio (Presidente Anpi Belluno – Isbrec)

Le relazioni saranno accompagnate da brani di musica popolare eseguiti da Sandro Del Duca

Ingresso libero

Presentazione del libro di Giovanna Zangrandi “La mia montagna. Diari 1952-1962”

Sabato 15 giugno, alle ore 17.30, presso il Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore a Pieve di Cadore, si terrà la presentazione del libro di Giovanna ZangrandiLa mia montagna. Diari 1952-1962” (Alba pratalia, 2024).
L’iniziativa, promossa da Biblioteca Civica di Belluno, Anpi Cadore e Archivio di Giovanna Zangrandi con il patrocinio di Isbrec, Magnifica Comunità di Cadore e Comune di Pieve di Cadore, vedrà gli interventi di Giuseppe Sandrini (Università di Verona e curatore del volume), Giovanni Grazioli (Biblioteca Civica di Belluno) e Roberta Fornasier (Archivio di Giovanna Zangrandi).

L’ingresso è libero.

Nel 1954 i lettori italiani scoprono una nuova scrittrice: è Alma Bevilacqua, ma si firma Giovanna Zangrandi. Vive a Cortina, ma non ama il mondo del turismo e il suo cuore batte per la gente più umile del Cadore, per la casetta tra i larici e i prati che vorrebbe costruirsi a Borca, alle pendici di quel monte Antelao dove era salita durante la Resistenza e dove, finita la guerra, aveva costruito e gestito un rifugio. In questo libro riscopriamo la scrittrice nella sua dimensione più segreta: il diario che comincia a tenere con regolarità quando l’uscita del suo primo romanzo per Mondadori le apre la strada della letteratura. Pagine inedite, alle quali Zangrandi affida i suoi amori e le sue rabbie, le sue consapevolezze e i suoi progetti e la sua passione per la montagna, palestra di avventura ma anche luogo di confronto con il Dio «immenso e lontano» che percepisce con certezza nella Natura.

Uccidete pure me, la l’idea che è in me non l’ucciderete mai

Nel centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti perpetrato da sicari fascisti, Anpi e Fondazione socialismo con il patrocinio di Isbrec, Comune di Belluno e Cgil Belluno, organizzano l’incontro “Uccidete pure me, la l’idea che è in me non l’ucciderete mai“, che si terrà a Belluno sabato 15 giugno 2024 alle ore 18.00 presso la sala “Bianchi”, in viale Fantuzzi 11.

Interverranno
Giovanni Crema (vice Presidente Associazione Nazionale Parlamentari Italiani)
Silvano Cavallet (giornalista)
Gino Sperandio (Presidente Anpi Belluno)

Le relazioni saranno accompagnate da brani di musica popolare eseguiti da Sandro Del Duca

Ingresso libero

Presentazione del libro “Il coraggio e la passione”

Isbrec, Comune di Agordo e Anpi Belluno organizzano la presentazione del libro “Il coraggio e la passione. Partigiani e patrioti riconosciuti nel Bellunese e militari bellunesi riconosciuti partigiani all’estero” curato da Franco Comin e Silvia Comin con la direzione scientifica di Enrico Bacchetti, Diego Cason e Adriana Lotto (Isbrec 2023).

L’incontro si terrà venerdì 17 maggio a Agordo, presso la sala della Biblioteca civica in via 27 aprile alle ore 17.30 e, dopo i saluti istituzionali, vedrà la partecipazione e gli interventi di curatori e coordinatori del progetto.

La cittadinanza è invitata

Il libro: frutto di cinque anni di ricerca, il libro raccoglie oltre 5000 schede che illustrano l’attività di partigiani e patrioti che operarono in provincia di Belluno e di bellunesi che presero parte alla lotta al nazi-fascismo all’estero. Al termine del secondo conflitto mondiale, quanti si impegnarono nella lotta di liberazione poterono fare richiesta di riconoscimento allo Stato italiano; ciò avrebbe dovuto consentire loro di ricevere, oltre al certificato, anche un riconoscimento economico e un aiuto nella difficile ricerca di una nuova occupazione nell’Italia libera.
I richiedenti dovettero presentare una domanda che venne vagliata da tre successive commissioni. Tale documentazione, conservata presso l’Archivio centrale dello Stato a Roma, è alla base del lavoro che verrà presentato, ma i ricercatori impegnati nel progetto si sono avvalsi anche dei documenti presenti presso l’Archivio di Stato di Belluno e l’Isbrec.
Il risultato di questo paziente lavoro di ricerca è nel volume edito cui dovrà far seguito un secondo tomo che raccoglierà anche i nomi di quanti operarono prevalentemente o esclusivamente in altre regioni e province italiane. Ma già ora è possibile restituire il quadro assai composito e articolato del partigianato bellunese, da una parte chiarendo sempre meglio la portata di tale fenomeno e dall’altra restituendo visibilità e offrendo un doveroso omaggio a quanti misero a repentaglio la propria vita (talvolta sino a perderla) nella lotta ai totalitarismi e in nome della democrazia.

Il battaglione Palman e la Resistenza nell’Oltrardo

Giovedì 16 maggio, alle ore 20.30, presso la sala parrocchiale di Cavarzano (Belluno), l’Isbrec organizza la conferenza “Il battaglione Palman e la Resistenza nell’Oltrardo“. La serata sarà introdotta da Mila Dal Magro e vedrà l’intervento di Adriana Lotto (Isbrec). Durante l’incontro si parlerà della genesi del battaglione intitolato al partigiano Aldo Palman “Nuvolari”, ucciso il 6 marzo 1945 a Valmorel mentre da solo cercava di tener testa a 150 tedeschi e che dopo la guerra ottenne la Medaglia di bronzo. Operante inizialmente nella sinistra Piave, nell’ultima fase della guerra il battaglione si spostò nella zona dell’Oltrardo cittadino, tra Cavarzano e Safforze, dove impegnò le truppe tedesche nel cosiddetto mese insurrezionale. La relazione di Adriana Lotto ripercorrerà quelle ultime durissime fasi del conflitto con riferimento ai partigiani e ai patrioti che vi operarono. Tra questi spicca la figura di Francesco Del Vesco “Macario”, che del battaglione fu comandante e che, ferito nello scontro in località La Rossa il primo maggio, morirà il 14 dello stesso mese, a guerra ormai conclusa.

Ingresso libero

Presentazione del libro “Di sasso in sasso” di Arrigo Cavallina

Giovedì 9 maggio, alle ore 18.00, presso la libreria Mondadori in via Mezzaterra a Belluno Isbrec e Libreria degli Eddini organizzano la presentazione del libro di Arrigo CavallinaDi sasso in sasso” (Echos edizioni, 2023). L’autore dialogherà attorno al volume assieme a Enrico Bacchetti (Isbrec) e Chiara Bergamini (Isbrec).

Arrigo Cavallina nasce a Verona nel 1945. Fin da giovane si impegna in ambiti parrocchiali, associativi ed infine politici, lavora come impiegato comunale, si laurea in Economia e commercio e insegna poi negli istituti professionali. Negli anni ’70 partecipa a vari raggruppamenti dell’ultrasinistra, fino a svolgere attività illegali e a fondare nel 1978 il gruppo “Proletari armati per il comunismo” (Pac), dal quale si separa nel 1979 iniziando un radicale ripensamento. Complessivamente e a più riprese, tra il 1975 e il 1993 sconta una dozzina di anni di carcere, dove contribuisce al movimento della dissociazione. Nel frattempo, si laurea anche in Giurisprudenza e consegue attestati di educatore professionale e di formatore nell’educazione alla pace. Lavora nell’ambito delle tossicodipendenze nella struttura Exodus di don Antonio Mazzi. Ottiene nel 2009 la riabilitazione legale. A Verona, dove abita, ha svolto intensa attività di volontariato in alcune associazioni, e attualmente nella Fraternità, occupandosi di giustizia, di pena, delle persone che vi sono implicate e della comunicazione su questi temi, in particolare nelle scuole. Ha pubblicato alcuni libri sulla sua esperienza.

Nelle oltre 270 pagine del libro “Di sasso in sasso”, l’Autore percorre le tracce delle sue vicende e delle riflessioni che queste gli hanno suggerito. Riprende articoli, recensioni, interviste, contributi altrimenti non più reperibili, non pubblicati negli altri suoi libri, raggruppandoli per argomento. Dagli anni del terrorismo, e del carcere, nascono le considerazioni incentrate sui temi della dissociazione, della nonviolenza e del perdono. L’esperienza nel volontariato, unita allo studio, gli consente di raccontare il carcere e di ragionare sulla giustizia. Anche il lavoro nell’ambito delle tossicodipendenze Io conferma in rapporto con gli ambienti della fragilità e della pena. Il libro riporta considerazioni sulle povertà educative e le droghe e affronta infine il problema di come il bagaglio di competenze possa essere comunicato, in particolare ai giovani, perché diventi atteggiamento consapevole fino ad incidere sulle relazioni quotidiane.

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Mario Bernardo “Radiosa Aurora”. Una vita dedicata al cinema e alla fotografia

Venerdì 3 maggio, alle ore 18.00 a Belluno, presso la sala “Bianchi”, ci sarà la presentazione del libro di Adriana Lotto, Mirco Melanco, Romina Zanon Mario Bernardo “Radiosa Aurora”. Una vita dedicata al cinema e alla fotografia (Il Poligrafo, 2023), seguita dalla proiezione del film La strada più lunga, di Nelo Risi (1965). Dopo i saluti istituzionali, interverranno gli autori del volume.

Il libro raccoglie gli atti del convegno internazionale svoltosi a Belluno il 4 febbraio 2023 attorno alla figura di Mario Bernardo. La presentazione di Belluno aprirà un ciclo di incontri che porterà il libro alla Casa del cinema di San Stae a Venezia (6 maggio), alla Casa del cinema di Villa Borghese a Roma (20 maggio), al Salone del libro di Torino e poi a Padova, Vicenza e in Val di Sole.

Valoroso capo partigiano durante la Seconda Guerra mondiale, primo presidente dell’Anpi del Veneto, grande divulgatore del cinema neorealista nel secondo dopoguerra, Mario Bernardo (Venezia 1919 – Bieno 2019) diventerà un valente direttore della fotografia cinematografica (spesso lui stesso regista, sceneggiatore, montatore). Lavorerà, tra gli altri, per due film di Pier Paolo Pasolini (Comizi d’amore e Uccellacci e uccellini), oltre a realizzare circa quattrocento film documentari in Italia e all’estero. Negli anni Sessanta brevetta e sperimenta numerose macchine per effetti speciali e collabora con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove insegnerà Tecnica cinematografica per circa venticinque anni.
Un poliedrico personaggio molto noto anche in ambito internazionale, sia per numerose collaborazioni didattico-sperimentali sia per i film girati in nazioni lontane ed esotiche come lo era la Cina negli anni Settanta.
Il volume è il risultato di un lavoro sinergico tra persone che hanno ammirato e stimato Mario Bernardo. Tracciando un’analisi della sua vita e della sua carriera, emerge il ritratto di un uomo roccioso, risoluto, tenace, che, cresciuto in montagna, ha vissuto a Roma per circa sessant’anni per poi girare l’intero pianeta da vero viaggiatore. Un umanista e un idealista di grande profondità introspettiva, sempre attento al prossimo, ma anche un tecnico molto preparato, alla continua ricerca di sperimentazione e innovazione.

Ingresso libero