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Roberto “Brio” Bristot, biografia di un Artista

Per l’organizzazione di Dipartimento dei Beni Culturali e dal Dams dell’Università di Padova, Comune di Limana, Isbrec, Telebelluno e Pro Loco di Limana, sabato 14 febbraio, alle ore 18.00, presso la sala Azzurra del Ristorante Piol di Limana, verrà presentato il documentario biografico “Roberto ‘Brio’ Bristot, biografia di una Artista“. 

Ingresso libero

Il documentario è stato realizzato da studenti del Dams dell’Università di Padova che hanno frequentato il “Laboratorio per la realizzazione di documentari” nell’anno accademico 2024/2025, responsabile scientifico il Prof. Mirco Melanco. Prodotto negli ambiti del Laboratorio Audio-Video del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova. Gli studenti che hanno partecipato alla prima fase di produzione del filmato sono: Tommaso Bianchin, Davide Callegari, Giorgia Cusin, Erika D’Alconzo, Larissa Gnech, Matteo Iseppi, Tiziano Tiso, Sofia Ventura.
Il documentario spiega vita e opere dell’artista bellunese Roberto Bristot (1961-2022). Bristot ha realizzato personaggi in gomma piuma per i suoi film che ha ideato e diretto, è stato pittore e autore di spettacoli teatrali e di varietà, inoltre ha seguito con scrupolo attività per il sistema di volontariato non solo bellunese. Inoltre è stato Assessore alla Cultura del Comune di Limana. Una vita non semplice quella di Bristot: non è facile essere artisti di provincia e, avendo a disposizione pochi mezzi economici, fare tanto lavoro pensando soprattutto al mondo dell’infanzia e alle persone più disagiate. Tra i suoi film vanno sicuramente citati “Voli per Ali di Libellula (Kè Apé Tulè Sa)” girato in Africa in Costa D’Avorio su un soggetto tratto dal libro omonimo di Don Ezio Del Favero (per anni missionario nel Continente Nero); “Rol” sulla leggenda romanzata del fantastico personaggio dei boschi bellunesi: il Mazarol; “I miracoli di Valmorel” tratto dai racconti di Dino Buzzati. Un impegno culturale costante quello di Bristot che ha avuto anche momenti difficili quando momenti di depressione lo hanno travolto, cosa che accade spesso a chi ha un così forte temperamento artistico. Il documentario biografico racconta anche queste difficili fasi attraverso le testimonianze di amici e conoscenti che hanno convissuto con Roberto l’esperienza di vita di questo instancabile Artista limanese.

Crediti del documentario
Produzione: Laboratorio per la realizzazione di documentari del DAMS, Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova
Co-produttore: Isbrec
Diffusione televisiva: Telebelluno

Soggetto, produzione, supervisione: Mirco Melanco
Supervisione tecnica: Vanni Cremasco
Segretaria di produzione: Sofia Ventura
Sceneggiatura: Davide Callegari e Tiziano Tiso
Montaggio: Tommaso Bianchin, Davide Callegari, Tiziano Tiso
Regia: Davide Callegari e Tiziano Tiso

Intervistati (in ordine di apparizione): Edi Fontana, Ivo Melanco, Massimo Bristot, Paolo Tormen, Mirco Melanco, Elda Sommacal, Elvi Sommacal, Sergio Venturin, Don Ezio Del Favero, Giorgio Roncada, Emanuele Bunetto
Voce narrante: Matilde Dri

Durata: 35 minuti circa

Di fronte al nemico

È finalmente disponibile la nuova pubblicazione dell’Isbrec e dell’Associazione culturale Tina Merlin, Di fronte al nemico. Donne e uomini nella Resistenza della Sinistra Piave, curato da Adriana Lotto e Toni Sirena (pp. 355, € 25,00).
Dalla quarta di copertina: «Il volume ricostruisce la storia del movimento di resistenza che operò a scavalco delle province di Belluno e Treviso attingendo a fonti quasi esclusivamente archivistiche, dall’Archivio di Stato di Belluno a quello Centrale dello Stato di Roma (Fondo Ricompart) agli Archivi degli Istituti storici della Resistenza di Belluno e di Vittorio Veneto a quello del Centro di Ateneo per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Padova. Sono altresì utilizzate le testimonianze edite e registrate in audiocassette dei protagonisti e la specifica letteratura. In particolare, la prima parte si sofferma sulla nascita delle cinque formazioni operanti sul territorio della Sinistra Piave dal Cansiglio al Monte Grappa, sulle loro azioni, sul loro rapporto politico e militare, su quello con le missioni alleate e sulla giustizia partigiana. La seconda parte è costituita da circa 1500 profili di partigiani, patrioti, collaboratori e benemeriti. Nella terza parte sono raccolti in larga messe significativi documenti prodotti dalle formazioni nei venti mesi di lotta».

Il testo, pubblicato con il sostegno della Regione Veneto e della Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali del Ministero della Cultura e patrocinato dall’Archivio di Stato di Belluno, dall’Anpi e da 23 Comuni e dalla Provincia di Belluno, si presenta, anche nella veste grafica, come la naturale prosecuzione del progetto avviato anni fa dall’Istituto storico bellunese approdato in prima battuta nella pubblicazione del volume Il coraggio e la passione. Partigiani e patrioti riconosciuti nel Bellunese e militari bellunesi riconosciuti partigiani all’estero, curato da Franco Comin e Silvia Comin sotto la direzione scientifica di Enrico Bacchetti, Diego Cason, Adriana Lotto.
La ratio che ha guidato la nuova pubblicazione è tuttavia in parte differente, giacché si è deciso di partire non più dai documenti conservati all’Archivio di Stato a Roma, bensì dai ruolini militari prodotti a fine guerra dalle formazioni partigiane operanti nella Sinistra Piave, verificando in seconda battuta l’eventuale riconoscimento dello Stato. Ciò ha consentito di seguire in modo più analitico e completo il percorso nelle formazioni di patriote/i e partigiane/i in quei venti mesi di lotta di liberazione. Sarà possibile pertanto trovare nel testo anche alcuni nomi già censiti nel primo volume.

Chiunque fosse interessato ad acquistare copia del volume, può contattare l’Isbrec scrivendo una mail a istitutobelluno@libero.it o telefonando allo 0437 944929 negli orari di apertura della sede.

Bombardamenti aerei nel Veneto (1940-1945): un atlante interattivo

Mercoledì 4 febbraio, alle ore 17.30, presso l’M9 LAB di Mestre in via Giovanni Pascoli 11, verrà presentato il progetto “Atlante dei bombardamenti aerei nel Veneto (1940-1945)” un atlante interattivo realizzato dalla rete veneta degli Istituti della Resistenza e dell’età contemporanea promosso dall’Iveser e coordianto e diretto da Marco Borghi
Il progetto, avviato nel 2023, si è recentemente concretizzato attraverso la realizzazione di una portale che descrive e permette di scoprire i bombardamenti avvenuti in Veneto ad opera degli Alleati nel corso della seconda guerra mondiale.
Nel corso dell’incontro interverranno Marco Borghi (Ivese), coordinatore del progetto e Santo Peli (Università di Padova) e saranno presenti i ricercatori autori delle schede.

Ingresso libero

I bombardamenti in Veneto
L’utilizzo dell’aviazione militare, e dei bombardamenti, fu tra le “novità” più rilevanti della Seconda Guerra Mondiale: una guerra diventata ormai “totale” che adottò strategie diverse rispetto ai conflitti precedenti. Tutti i belligeranti, infatti, fecero ricorso, su una scala senza precedenti, al bombardamento strategico di obiettivi civili, provocando la morte di centinaia di migliaia di persone.
Anche l’Italia, da sud a nord, conobbe pesantemente questo fenomeno, troppo spesso circoscritto alla sua dimensione militare, che si intensificò progressivamente durante il conflitto causando nel nostro Paese decine di migliaia di vittime tra i civili, distruzioni irreversibili di opere d’arte e monumenti, danni ingenti a siti produttivi e alle infrastrutture viarie e ferroviarie, aumentando anche altri fenomeni di natura sociale come il profugato e lo sfollamento coatto.
La regione del Veneto che nella prima parte del conflitto, per motivi di natura strategica e logistica, era stata sostanzialmente risparmiata dalle incursioni aeree dopo l’8 settembre 1943 – con l’annuncio dell’armistizio, il cambio di alleanze, la costituzione del Regno del Sud e della Repubblica sociale italiana e la possibilità di utilizzare da parte dell’aviazione alleata di basi sul territorio metropolitano – conobbe un progressivo e massiccio intensificarsi dei bombardamenti aerei, che crebbe notevolmente con lo spostamento del fronte nel corso del 1944, e che durò fino al termine del conflitto nell’aprile 1945. Il territorio veneto infatti divenne un luogo di grande importanza strategica per la sua posizione geografica a ridosso dei due valichi verso la Germania e il Nord Europa (Brennero e Tarvisio), per la presenza di considerevoli infrastrutture viarie e ferroviarie e la presenza di numerosi uffici ministeriali e comandi militari italiani e tedeschi.

Il progetto
Il progetto – curato dagli Istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea del Veneto (Isbrec, Istresco, Istrevi, IVrR, IstiPol, Centro Luccini) con il coordinamento e il sostegno di Iveser – ha consentito di realizzare un portale web, in grado di valorizzare e rendere facilmente fruibile un volume elevato di dati e informazioni, con la pubblicazione di una mappa interattiva dove sono geolocalizzati i singoli episodi associati ad una scheda analitica illustrativa con tutte le informazioni recuperate attraverso fonti primarie e secondarie.
Fino ad oggi infatti non esistevano cifre ufficiali sul numero complessivo dei bombardamenti e dei mitragliamenti né, tantomeno, su quello delle vittime (civili e militari) nel territorio della regione del Veneto. Certamente fu un fenomeno di rilevanti proporzioni: da una prima ricognizione, effettuata durante un seminario regionale organizzato nel dicembre 2023, erano stati individuati almeno 1.300 episodi che causarono la morte di circa 5.500/6.000 persone, in gran parte civili. I dati finali della ricerca mostrano però una realtà ancor più complessa ed un numero di episodi e vittime decisamente superiore a quello inizialmente stimato.
Il fenomeno coinvolse tutte le province del Veneto e non riguardò solo i maggiori centri urbani, pesantemente e ripetutamente colpiti, registrando un grande numero di vittime (a titolo di esempio si ricordano i bombardamenti del dicembre 1943 a Padova con circa 400 vittime, del 28 gennaio 1944 a Verona con un centinaio di vittime, del 28 marzo 1944 a Mestre con 173 vittime, del 7 aprile 1944 a Treviso con circa 1.600 vittime, del 18 novembre 1944 a Vicenza con 323 vittime) ma anche numerosissimi paesi e piccole località (Lusia, San Michele al Tagliamento, Cavarzere, Legnago).
Il progetto dunque intendeva censire, schedare e mappare la storia di tutti i bombardamenti e mitragliamenti aerei a scala regionale, nelle sue diverse e molteplici declinazioni: luoghi e protagonisti, tempi e modalità, numero delle vittime, dei feriti e dei sinistrati, quantificazione dei danni (reversibili e irreversibili), rilevando la memorialistica pubblica e privata che si è sedimentata nel tempo, restituendo un catalogo interattivo completo e facilmente consultabile di una vicenda storica ancora oggi poco conosciuta e scarsamente sedimentata nella memoria collettiva nazionale.
I risultati della ricerca possono considerarsi assolutamente positivi e soddisfacenti. Il gruppo di lavoro ha individuato complessivamente 3.607 episodi che causarono 7.379 vittime, confermando il forte impatto che il fenomeno dei bombardamenti aerei ha avuto nel contesto veneto. Uno stillicidio, con frequenza quasi quotidiana, di incursioni capillarmente distribuite su tutto il territorio regionale che interessarono i territori di 335 amministrazioni comunali. Alla fine del conflitto si contarono gli innumerevoli e pesanti danni al sistema infrastrutturale (in particolare ponti, viadotti e linee ferroviarie), agli impianti produttivi, al patrimonio storico-artistico e a quello edilizio residenziale, puntualmente riportati nelle schede dell’atlante.
Naturalmente l’atlante non ha la pretesa di aver censito tutte le incursioni aeree effettuate nella regione, cresciute esponenzialmente nel biennio 1944-1945; successive ricerche potranno implementare il repertorio, un progetto quindi che si configura come work in progress.

Ebrei stranieri internati a Mel

Per la celebrazione del Giorno della Memoria, martedì 27 gennaio, alle ore 20.30, presso la sala Affreschi del Municipio a Mel, il Comune di Borgo Valbelluna e l’Isbrec vi invitano all’incontro Ebrei stranieri internati a Mel, nel corso del quale, dopo i saluti istituzionali, interverranno Enrico Bacchetti (Isbrec) che illustrerà la vicenda degli ebrei stranieri internati in provincia di Belluno tra il 1941 e il 1944, e Paola Brunello (Isbrec) che parlerà degli ebrei stranieri internati in comune di Mel. Gli interventi saranno accompagnati da proiezioni di immagini, letture di Chiara Bergamini (Isbrec) e arricchiti dalla partecipazione di alcuni testimoni di Mel che ebbero modo di conoscere i fatti e le persone coinvolte nelle vicende storiche al centro dell’incontro. L’appuntamento rappresenta il secondo e conclusivo atto del percorso iniziato il 15 gennaio con la posa di 4 pietre d’inciampo nella frazione di Conzago. 

La cittadinanza è invitata a partecipare

I fatti
Tra il settembre del 1941 e il febbraio 1944 la provincia di Belluno vide passare, in tempi e modi differenti, circa 180 ebrei stranieri, internati in una quindicina di comuni per volere del regime fascista. Queste persone si trovarono a trascorrere mesi e a volte anni nel nostro territorio in regime di internamento libero, una sorta di semilibertà in forza della quale molti diritti elementari furono loro negati.
Dopo che i nazisti, agli inizi di settembre del 1943, ebbero occupato la nostra provincia che, con quelle di Trento e Bolzano, andò a costituire la Zona d’Operazione delle Prealpi, il clima per questi ebrei stranieri si fece sempre più difficile. Alcuni tentarono, riuscendoci, di sfuggire al loro controllo ora nascondendosi ora fuggendo verso il sud Italia per poi essere trasferiti negli Stati Uniti, ma altri, ancora fiduciosi e forse abbagliati dalle condizioni in fondo non disumane garantite dal regime di internamento libero, scelsero di non scappare.
Costoro vissero l’esperienza più dolorosa; infatti  verso la metà di febbraio del 1944 i nazisti decisero di raccogliere tutti gli ebrei ancora presenti in provincia e di deportarli prima a Fossoli (Modena), dove era attivo un campo di raccolta, e da qui ad Auschwitz da dove i più non fecero ritorno. A Mel furono arrestati e deportati in questo modo 24 persone, uomini e donne, giovani, adulti e anziani e persino bambini. La restituzione di queste storie, avvenuta negli anni passati attraverso alcuni saggi di Ferruccio Vendramini, Enrico Bacchetti e Paola Brunello, ha trovato un nuovo momento nella posa delle prime 4 pietre di inciampo che Isbrec e Comune di Borgo Valbelluna hanno collocato giovedì 15 gennaio a Conzago. In tal modo, quanti si troveranno a passare fuori dalla abitazioni in cui quelle persone, “colpevoli” solo di essere ebree, furono costrette a vivere e da cui infine furono strappate e condotte spesso a morire, potranno “inciampare” nella memoria e richiamare alla mente la brutalità dei regimi nazista e fascista che condannarono alla morte milioni di persone innocenti.

La Resistenza senza armi degli Imi nei Lager nazisti

Nel quadro delle celebrazioni del Giorno della Memoria, sabato 24 gennaio, alle ore 17.30 presso la ex chiesa di San Pietro a Mel (Borgo Valbelluna), si terrà l’incontro “La Resistenza senza armi degli Imi nei Lager nazisti“. Relatore sarà Giovanni Monico, socio dell’Isbrec e già dirigente scolastico negli Istituti bellunesi. 
Nel corso dell’incontro, organizzato dall’Anpi “La Spasema” e dall’Isbrec con il patrocinio del Comune di Borgo Valbelluna, verrà proposta la videoproiezione di documenti filmati.

Ingresso libero

Nell’autunno del 1943, circa 800.000 soldati italiani vengono catturati e disarmati dai tedeschi. Si trovano in patria o all’estero, tra Jugoslavia, Francia, Albania, Grecia e isole dell’Egeo, Polonia, paesi baltici e Unione Sovietica. Di questi, circa 650.000 mila finiscono, dopo viaggi interminabili in nave (non poche sono quelle che affondano) e nei famigerati vagoni piombati, nei campi di prigionia tedeschi in Germania, Austria ed Europa orientale.
Il regime nazista non considera i nostri soldati catturati come prigionieri di guerra, ma li classifica presto come “internati militari italiani” (Imi), privandoli così delle tutele garantite ai prigionieri dalla Convenzione di Ginevra, sottraendoli alla protezione della Croce Rossa Internazionale e obbligandoli al lavoro. È il lavoro per il Reich, infatti, l’obiettivo principale della politica tedesca nei confronti degli italiani catturati, un lavoro che verrà svolto in condizioni disumane, in totale spregio delle norme di guerra e di quelle umanitarie.
Durante l’internamento, i militari italiani – soprattutto gli ufficiali, perché i soldati sono ritenuti più utili al lavoro coatto – vengono incessantemente invitati, in cambio della liberazione, ad arruolarsi nelle forze armate tedesche e soprattutto nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana. La stragrande maggioranza degli internati rifiuta, dando vita a una forma di Resistenza “disarmata” o “passiva”. Molti si oppongono a qualsiasi tipo di collaborazione; tutti si rassegnano alle tragiche condizioni di vita dei Lager.
La Rsi non aiuta in alcun modo i connazionali nei campi che, nell’agosto 1944, sono trasformati, con il consenso di Mussolini, in “lavoratori civili”, ma non per questo le loro condizioni migliorano. Sfruttati, malati, sottoposti a torture fisiche e psicologiche, non di rado oggetto di veri e propri crimini di guerra, gli italiani dei Lager pagano spesso con la vita la loro resistenza. Le vittime dei lager saranno, alla fine della guerra, tra le 40 e le 50.000.

Posa di pietre d’inciampo a Mel

Nel quadro delle celebrazioni del Giorno della Memoria, giovedì 15 gennaio inizierà la posa di pietre d’inciampo nell’allora comune di Mel, oggi parte del comune di Borgo Valbelluna. L’iniziativa nasce da un progetto promosso da Isbrec e sostenuto fattivamente dall’Amministrazione comunale di Borgo Valbelluna e mira a restituire alla comunità la memoria di una pagina drammatica del nostro recente passato. L’appuntamento del 15 gennaio si svolgerà secondo il seguente programma:

ore 9.00
ritrovo presso l’auditorium  San Pietro a Mel e presentazione dell’iniziativa, alla presenza della autorità comunali, dei rappresentanti dell’Isbrec Paola Brunello e Enrico Bacchetti, degli studenti delle classi III dell’Istituto secondario di primo grado di Mel, nonché dell’artista tedesco Günter Demnig, ideatore e realizzatore del progetto che ormai da oltre 10 anni ha portato alla realizzazione e alla posa di migliaia di pietre d’inciampo in tutta Europa.
ore 11.00
trasferimento nella frazione di Conzago, in una cui casa furono internati alcuni ebrei stranieri che, nel febbraio del 1944, furono poi prelevati e deportati ad Auschwitz; qui avverrà la posa delle pietre d’inciampo.

La cittadinanza è invitata a partecipare

I fatti
Tra il settembre del 1941 e il febbraio 1944 la provincia di Belluno vide passare, in tempi e modi differenti, circa 180 ebrei stranieri, internati in una quindicina di comuni per volere del regime fascista. Queste persone si trovarono a trascorrere mesi e a volte anni nel nostro territorio in regime di internamento libero, una sorta di semilibertà in forza della quale molti diritti elementari furono loro negati.
Dopo che i nazisti, agli inizi di settembre del 1943, ebbero occupato la nostra provincia che, con quelle di Trento e Bolzano, andò a costituire la Zona d’Operazione delle Prealpi, il clima per questi ebrei stranieri si fece sempre più difficile. Alcuni tentarono, riuscendoci, di sfuggire al loro controllo ora nascondendosi ora fuggendo verso il sud Italia per poi essere trasferiti negli Stati Uniti, ma altri, ancora fiduciosi e forse abbagliati dalle condizioni in fondo non disumane garantite dal regime di internamento libero, scelsero di non scappare.
Costoro vissero l’esperienza più dolorosa; infatti  verso la metà di febbraio del 1944 i nazisti decisero di raccogliere tutti gli ebrei ancora presenti in provincia e di deportarli prima a Fossoli (Modena), dove era attivo un campo di raccolta, e da qui ad Auschwitz da dove i più non fecero ritorno.

Le pietre di inciampo a Mel
A Mel furono arrestati e deportati in questo modo 24 persone, uomini e donne, giovani, adulti e anziani e persino bambini. La restituzione di queste storie, avvenuta negli anni passati attraverso alcuni saggi di Ferruccio Vendramini, Enrico Bacchetti e Paola Brunello, trova ora un nuovo momento nella posa delle pietre di inciampo che Isbrec e Comune di Borgo Valbelluna hanno intenzione di posare a partire da giovedì 15 gennaio e poi, via via, nei prossimi anni. In tal modo, quanti si troveranno a passare fuori dalla abitazioni in cui quelle persone, “colpevoli” solo di essere ebree, furono costrette a vivere e da cui infine furono strappate e condotte spesso a morire, potranno “inciampare” nella memoria e richiamare alla mente la brutalità dei regimi nazista e fascista che condannarono alla morte milioni di persone innocenti.
Il percorso di memoria si completerà quindi martedì 27 gennaio, alle ore 20.30, presso la sala Affreschi del Municipio a Mel, con la presentazione della ricerca “Ebrei stranieri internati a Mel” di Paola Brunello (Isbrec), introduzione di Enrico Bacchetti (Isbrec), letture di Chiara Bergamini (Isbrec) e la partecipazione di alcuni testimoni.

Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità. Chiunque giri le spalle, chiuda gli occhi o passi oltre offende la memoria dei caduti. Chiunque si rifiuti di conoscere la verità non capirà mai con quale nemico si è battuta fino alla morte la nostra grande, la nostra santa Armata Rossa.

Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka

 

Comunicato sulla manifestazione neofascista di Acca Larentia

Condividiamo il seguente comunicato pubblicato dall’Istituto nazionale Ferruccio Parri di cui l’Isbrec fa parte, inerente la  manifestazione neofascista tenutasi a Roma nella giornata di ieri, 7 gennaio 2026.

Nel condannare fermamente le violenze politiche verificatesi in questi giorni, da qualsiasi parte esse siano state compiute, l’Istituto nazionale Ferruccio Parri non può passare sotto silenzio la manifestazione neofascista di ieri con saluti romani ed esibizione di simbologia fascista, una manifestazione politica presentata come forma di commemorazione degli omicidi di Acca Larentia.

Valori democratici quali il rispetto, il dialogo, la pacifica convivenza civile nulla hanno a che fare e non sono certamente compatibili con gesti evocativi di un regime oppressivo e totalitario come quello fascista, che ha dominato il Paese per un intero ventennio sopprimendo ogni manifestazione di vita democratica.

Paolo Corsini
Presidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

Giulia Albanese
Vicepresidente dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri

Chiusura dell’Istituto per le festività

L’Istituto storico bellunese della Resistenza e dell’età contemporanea rimarrà chiuso da mercoledì 24 dicembre 2025 a martedì 6 gennaio 2026 compresi, per le festività natalizie. Le attività riprenderanno regolarmente da mercoledì 7 gennaio con l’apertura della sede e con le nuove iniziative.

A tutti i soci e amici dell’Istituto rivolgiamo un caloroso augurio di buon natale e di un felice 2026 e ringraziamo quanti ci hanno sostenuto e sostengono, consentendoci di proseguire nel nostro impegno al servizio della cultura, della storia e della memoria.

Presentazione del romanzo di Adriana Lotto “La casa di Sveti Vid”

Associazione culturale Tina Merlin e Isbrec organizzano venerdì 19 dicembre, alle ore 18.00, presso la Sala Muccin del Centro Giovanni XXIII a Belluno, la presentazione del romanzo di Adriana LottoLa casa di Sveti Vid“ (Cierre 2025). Durante l’incontro l’autrice converserà con Mirta Amanda Barbonetti, membro del direttivo dell’Isbrec.

La casa di Sveti Vid. Una sera di aprile del 2015, due donne narrano a turno una storia che ha inizio nel 1943 nell’isola di Veglia (Krk) occupata dagli italiani, si svolge nei campi di internamento fascisti in Italia, a Belluno, nel periodo della Resistenza e infine di nuovo tra Veglia e Fiume fino al 1950. La protagonista è la giovane croata Marija e con lei sono protagoniste le donne di qua e di là dell’Adriatico alle prese con la durezza della vita e della guerra. Donne di popolo, per motivi diversi sole, decise e a volte rudi, ma dal cuore grande. La vicenda si ispira a fatti realmente accaduti.

Adriana Lotto è presidente dell’Associazione culturale Tina Merlin e membro del Consiglio Direttivo dell’Isbrec. Docente e ricercatrice, ha insegnato storia contemporanea presso la Facoltà di Lingue straniere dello Iulm di Milano, sede di Feltre, dal 1997 al 2003 ed è stata cultore della materia presso il Dipartimento di storia dell’Università di Venezia. È autrice di numerosi libri, saggi e articoli su riviste e giornali. La casa di Sveti Vid (Cierre edizioni) è il suo primo romanzo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Una donna in guerra. Diario di Isabella Bigontina Sperti 1918 (1996), Quella del Vajont. Tina Merlin, una donna contro (2021); Tra beneficenza e credito. Il Monte di Pietà di Belluno nei secoli XIX e XX (2021), Belluno dall’annessione alla fine dell’Ottocento (2016).

Ciclo “Italia: Nazione senza confini”. Incontro con Maurizio Reberschak

Si conclude il ciclo di incontri organizzato per i 60 anni dell’Isbrec e dedicato al tema “Italia: nazione senza confini”. Il quinto e ultimo appuntamento appuntamento si svolgerà sabato 13 dicembre alle ore 17.00 in sala “Bianchi” a Belluno e vedrà la partecipazione dello storico Maurizio Reberschak, componente del Consiglio direttivo dell’Isbrec. Il titolo del suo intervento è “Stato e Nazione nell’Italia contemporanea“.

Ingresso libero

Il ciclo di incontri è pensato anche come momento di formazione per docenti. Agli insegnanti partecipanti verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

“Stato” e “Nazione”, insieme a ”Patria”, sono tornati di moda nel linguaggio politico attuale. Ma c’è da chiedersi: questa terminologia è usata in modo appropriato? E soprattutto: quando queste parole sono state usate nel corso della storia contemporanea? E quale valenza si deve dare a questi termini in sede storica ed epistemologica?
Possiamo partire dall’uso attuale del termine reintrodotto con grande enfasi dalla presidente del consiglio Meloni, che dimostra di prediligere “Nazione” (e “Patria”) al termine “Stato”. Ma è bene chiedersi se l’uso politico di questa terminologia sia corretto sotto un profilo storico. Da un punto di vista metodologico dobbiamo riferirci alle elementari indicazioni metodologiche di Marc Bloch sulla storia, o meglio a cosa serve la storia: «comprendere il presente mediante il passato»; «comprendere il passato mediante il presente».
L’excursus potrebbe cominciare dal ’500, come indica Federico Chabod nei suoi corsi universitari, attestati nel libro L’idea di Nazione, ma fermeremo la nostra attenzione all’età contemporanea. La formazione degli Stati nazionali conosce un apice nel corso del XIX secolo. Pensiamo alla Germania di Bismarck (1871) o all’Italia di Cavour (1961). Sintomatico è l’uso maggiore di “Stato” rispetto a quello di “Nazione” e di “Patria”. Con l’unità dello Stato italiano si pose l’interrogativo: «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani» (Massimo d’Azeglio): emerse cioè il problema di un’identità nazionale. Il fenomeno del brigantaggio, l’analfabetismo predominante, la permanenza delle lingue dialettali, furono veri ostacoli alla costruzione di un’unità nazionale. La rappresentanza di una Nazione rimase a lungo un ideale irraggiungibile. Fu lo “scatto” della Grande guerra a imprimere un’accelerazione verso lo “spirito” di Nazione: per la prima volta le masse militari furono a contatto nel fronte, a ridosso del quale la popolazione locale era direttamente coinvolta. Venne portata a compimento quella “nazionalizzazione” delle masse che in precedenza aveva impegnato la classe dirigente liberale, ma con esiti alterni e ambivalenti.
Con l’avvento del regime fascista il processo di “nazionalizzazione delle masse” comportò l’assimilazione tra Stato e Nazione attraverso la trasformazione delle istituzioni dello Stato e il “consenso” forzato delle masse. Le leggi “fascistissime” comportarono la trasformazione radicale delle istituzioni statali. “La Nazione lo chiede” divenne lo slogan di “diritto di fatto”. La formazione di un nuovo sistema del diritto (codici Rocco) modificò le relazioni pubbliche e private. L’istituzione del sistema corporativo incise sulla trasformazione dei rapporti sociali, civile, economici. Il colonialismo comportò la funzione della Nazione come potenza internazionale.
La seconda guerra mondiale venne intesa come riscatto della Nazione tradita dai trattati di “pace” succeduti alla ”Grande guerra”. La spinta dell’antifascismo cominciò a preparare l’ipotesi di una nuova forma-Stato. Il “Manifesto di Ventotene” del 1941 ipotizzò le basi di uno Stato sovranazionale europeo mediante l’unione federale degli Stati. Con la caduta del regime fascista e la fine della guerra si pose il problema della costruzione del nuovo Stato italiano. L’Assemblea costituente dovette affrontare tale questione. Il primo schema di costituzione venne predisposto in forma extraistituzionale mediante “conversazioni accanto al caminetto”.
Nei lavori dell’Assemblea costituente tornò in primo piano il problema dello Stato e delle sue istituzioni. Punto cruciale fu la redazione dei “principi fondamentali”, che costituirono il cardine del nuovo Stato, anche se vennero inseriti anche i rapporti tra Stato e Chiesa. Nella costituzione italiana lo Stato come forma istituzionale riprese la sua configurazione di diritto pubblico come forma istituzionale di Repubblica. Nazione e Patria vennero ridimensionate nelle loro accezioni identitarie. Ma tutto ciò determinò l’estradizione della “Nazione” e la “morte della Patria”? La spirito nazionalista e patriottico si insinua ancora nelle sedi istituzionali. Basti pensare alla scenografia “patriottica” del Vittoriale ogni 4 novembre.

Maurizio Reberschak ha insegnato Storia contemporanea e di Storia dei partiti e dei movimenti sindacali presso le Università di Padova e Venezia ed è attualmente membro del Consiglio direttivo dell’Isbrec e Socio corrispondente interno della Deputazione di storia patria per le Venezie. Si occupa di storia politica e sociale con particolare riferimento ai gruppi di potere nell’Italia contemporanea, dedicando attenzione soprattutto agli aspetti imprenditoriali e politici della biografia di Vittorio Cini. Ha avviato varie iniziative di ricerche personali e collettive e di pubblicazioni sul disastro del Vajont. Promotore del progetto “Archivio diffuso del Vajont”, è direttore scientifico della digitalizzazione dell’Archivio del processo penale del Vajont e della costruzione del sito web del medesimo archivio. Tra le sue pubblicazioni si segnalano le prime ricerche storiche sul Vajont (Il Grande Vajont, Longarone-Venezia 1983; n.e. Verona 2003, 2008, 2013, 2016) e sul dopo Vajont (Il Vajont dopo il Vajont, con Ivo Mattozzi, Venezia 2009), studi sui movimenti pacifisti e non-violenti (Non-violenza e pacifismo, Milano 1985), analisi su società locali (La resistenza nel veneziano, Venezia 1985; Venezia nel secondo dopoguerra, Padova 1983). Ha collaborato alla Storia dell’industria elettrica in Italia (Roma-Bari 1992, 1994), e alla Storia di Venezia. Ottocento e Novecento (Roma-Venezia 2002). L’ultimo suo lavoro, sempre legato al tema del Vajont, è “Vajont. La prima sentenza. L’istruttoria del giudice Mario Fabbri” curato assieme a Silvia Miscellaneo e Enrico Bacchetti.